Neshamàh

Neshamàh è la parola comunemente usata nella lingua ebraica per “anima”. Essa fa riferimento alla qualità essenziale dell'individuo, la sua più vera identità. In yiddish “a gute neshomeh” indica “una persona di buon cuore”, “a teyere neshomeh” è “un'anima bella”, una persona dalla sensibilità non comune o di eccezionale pietà.
Nella Bibbia non vi è un concetto chiaro dell'anima come qualcosa distinta dal corpo. La parola neshamàh in realtà significa “respiro”, sostantivo derivato da n-sh-m, “respirare”. Viene usata per la prima volta in Genesi 2:7, quando Dio “ispirò il soffio della vita (nishmàt chayyìm) nelle narici di Adamo. Essa venne perciò ad indicare “la forza vitale” o “lo spirito che dà vita” nei diversi contesti biblici.
Nell'epoca rabbinica, in parte sotto l'influsso ellenistico, l'ebraismo sviluppò un concetto completo di anima. La neshamàh, un dono restituito giornalmente dall'“alto”, è inviata da Dio a dimorare nel corpo, la cui origine è terrena. Una preghiera recitata quotidianamente afferma la purezza originaria di ogni anima e dichiara che un giorno Dio la riprenderà e così terminerà la vita. Ma quella stessa preghiera afferma che l'anima sarà restituita quando i morti risorgeranno alla fine dei tempi. I rabbini credono che ogni anima sia contemporaneamente unica ed eterna (`olam ha-ba). Tra la morte e la resurrezione (dopo un periodo di purificazione della durata di un anno, reso necessario se si è peccato) l'anima dimora nel “Giardino dell'Eden”, dove Dio si reca ogni sera “per trarre gioia dalle anime dei giusti”.
Neshamàh si alterna, nelle prime fonti, con altri due termini che indicano l'anima: néfesh, che significa “sé”, e rùach o “spirito”. Infine néfesh, rùach e neshamàh (che, talvolta, nella letteratura vengono raggruppate nell'acronimo NaRaN) finirono per essere considerate come tre dimensioni o “livelli” dell'anima. Nel Medioevo quest'idea venne collegata alle varie teorie neoplatoniche o aristoteliche della tripartizione dell'anima, con néfesh a rappresentare l'anima inferiore, seguita da rùach e da neshamàh.
I qabbalisti consideravano l'anima come una reale “parte del Dio superno”; ciò che Dio soffia in Adamo è la presenza del Sé divino. Niente di ciò che gli uomini possono fare sarà in grado di sradicare questa Presenza divina dai più profondi recessi del cuore di ciascun individuo. Alcune fonti cercano di limitare il possesso della neshamàh, o anima divina, agli ebrei, ma ciò è incompatibile con la fede in un'unica universale discendenza da Adamo ed Eva e pertanto contraddice gli insegnamenti basilari dell'ebraismo (tzélem Elohìm). Il verso conclusivo del Salterio (Salmi 150:6) fa anch'esso riferimento alla neshamàh e può essere così tradotto: “Possa ogni respiro lodare Dio “ o “Che ogni anima lodi Dio. Halleluyah!”.
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