Mélekh

La rappresentazione di Dio come mélekh o “Re” costituiva un elemento fondamentale del retaggio di simboli ed immagini che l'antico Israele ricevette dalle culture circostanti. Poiché i re venivano riveriti come dei nell'antico Vicino Oriente, così anche gli dei erano rappresentati con tutti i simboli della regalità.
L'ebraismo post-biblico continuò a prediligere la metafora regale, forse più che mai nel momento in cui le circostanze storiche negarono agli ebrei la sovranità terrena. La concezione che Dio è il solo vero Re, e pertanto che tutti i governanti in carne e ossa sono più o meno degli usurpatori, venne ampiamente, se pur blandamente, accettata tra gli ebrei per un periodo molto lungo. Un imperatore poteva osare chiamare se stesso “re dei re”, ma Dio rimaneva al di sopra di lui, poiché Dio era chiamato mélekh malkhé ha-melakhìm, “re al di sopra dei re dei re”! La liturgia, specialmente quella di Rosh Hashanàh e quella di Yom Kippùr, è in particolar modo affascinata dalle immagini della regalità.
Rappresentare Dio come un Re non comporta necessariamente il distacco e la grandiosità generalmente associate con quest'immagine. La letteratura rabbinica è costellata da centinaia di parabole che paragonano Dio a un re umano. Spesso esse mostrano il re che lotta contro i casi umani più comuni: il re che ha delle difficoltà nel tenere a freno il figlio, il re a cui l'amico più caro dà il consiglio sbagliato, il re la cui moglie è infedele ecc. In questa umanizzazione di Dio, i testi ebraici rappresentano la Deità nel ruolo del re che, malgrado abbia apparentemente poteri assoluti, spesso si confronta con situazioni limitative che richiedono di agire con riserbo, saggezza e compassione.
Gli ebrei contemporanei sono spesso a disagio con le metafore regali che trovano in tante fonti ebraiche. Queste immagini sembrano antiquate e “non pertinenti”, gerarchiche e repressive. Alcuni ebrei hanno chiesto dei mutamenti, come sostituire mélekh ha-`olam (“Re del mondo”) nella formula di benedizione frequentemente usata con rùach ha-`olam (“Spirito del mondo”). Coloro che contestano questi cambiamenti fanno notare il fascino, ampiamente diffuso, della regalità ancora presente nelle fantasie dei bambini e nei prodotti dell'immaginazione creativa. Cancellare la dignità regale dal repertorio simbolico dell'ebraismo potrebbe condurre ad un impoverimento spirituale della tradizione, proprio l'opposto di ciò che è necessario ai giorni nostri. Il dibattito prosegue, nell'animo di chi scrive come in molti altri.
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