Tzaddìq

Lo tzaddìq o “giusto” ha, nell'ebraismo, quella funzione che in molte delle tradizioni religiose del mondo ha il “santo”, il maestro spirituale o lo sciamano. Ma lo tzaddìq viene così chiamato prima di tutto per gli atti di straordinaria generosità e altruismo compiuti all'interno della comunità umana. Tutto questo rispecchia il carattere particolare dell'ebraismo quale è stato foggiato dai profeti. Sebbene molti vedano questi tzaddiqìm come individui che compiono miracoli e rivelano una particolare santità, questa figura dell'ebraismo non è generalmente chiamata un ba`àl mofèt (“un operatore di miracoli”), o un qadòsh (“santo”), ma piuttosto uno tzaddìq. L'ebreo santo è così definito in base alla sua bontà piuttosto che per il suo intuito carismatico o i suoi speciali poteri.
L'esempio biblico, nella ricca letteratura ebraica riguardante la figura dello tzaddìq, è costituito dalle storie di Elia e di Eliseo (1 Re 17, 2 Re 9), utilizzate anche per le necessità creative del primo cristianesimo. Questi erano profeti che si confrontavano con re e regine, ma che si prendevano cura anche delle povere vedove e dei bambini affamati. Lo tzaddìq, come appare nel Talmùd e nel Midràsh, esercita una grande influenza nel tribunale celeste. Egli può annullare i decreti divini o perfino dettare a Dio ordini che devono essere eseguiti. Ma egli preferirebbe trovarsi nella piazza del mercato, facendo in modo che i poveri non vengano imbrogliati o che i bisognosi vengano aiutati in qualche modo.
Aspetto essenziale della figura dello tzaddìq è l'umiltà (`anavàh), e ciò significa un'avversione ad essere pubblicamente identificati come uno che compie buone azioni. Le prime storie ebraiche sugli tzaddiqìm riguardano spesso i nistarìm, i “nascosti”, figure di santi che vengono riconosciuti soltanto dalla delicata fragranza di bontà che lasciano come una scia dietro di loro. Nel Medioevo, gli ebrei giunsero a credere che ci fosse un numero stabilito di trentasei tzaddiqìm nascosti in ciascuna generazione, per merito dei quali il mondo continuava ad esistere.
Questo uso del termine tzaddìq per indicare un uomo straordinariamente santo non dovrebbe essere confuso con un altro significato, quello di “innocente”, nel significato legale di “non colpevole”. Questo uso divide il mondo tra tzaddiqìm e resha`ìm, gli “innocenti” e i “colpevoli” o “malvagi”. Ma non tutti coloro che sono liberi dal peccato sono in grado di compiere quelle grandi imprese che vengono portate a termine dai veri tzaddiqìm nascosti.
Lo tzaddìq non ricopre un ruolo importante nelle presentazioni formali dell'ebraismo, sia medievale che moderno. Né si trova una particolare menzione degli tzaddiqìm nell'halakhàh, dove passano praticamente sotto silenzio. Ma a livello della credenza popolare, gli ebrei furono profondamente ispirati dai racconti degli tzaddiqìm, li cercarono durante la loro vita e fecero pellegrinaggi sulle loro tombe. Ciò è vero in particolare per gli ebrei dell'Ucraina, del Marocco e della Terra Santa.
Il chassidismo segna un cambiamento molto importante nella storia dello tzaddìq e della sua funzione all'interno dell'ebraismo. Piuttosto che accettare il ruolo dei giusti nascosti, la rinascita populista del chassidismo cercò di trasformare lo tzaddìq in una figura pubblica. Si sostenne che soltanto un autentico tzaddìq poteva esser adatto come guida e modello per gli altri ebrei. Gli ebrei chassidici dell'Europa orientale giunsero ad organizzarsi in tribù di discepoli, seguaci dei loro rispettivi maestri. In molti casi questa supremazia tendeva a diventare dinastica. Ma, in tempi successivi, anche un rebbe chassidico non veniva definito come uno tzaddìq a meno che non gli si potesse attribuire qualche straordinaria impresa di bontà.
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