Simchàh

Simchàh o “gioia” è l'atteggiamento nei riguardi della vita che l'ebraismo cerca di infondere. Malgrado il fatto che la storia ebraica comprenda un maggior numero di capitoli tetri e avvilenti di quanto sarebbe giusto, la tradizione è gioiosa. La felicità nel cantare “Santo, santo, santo” a Dio, ogni giorno, insieme con il coro degli angeli, supera di gran lunga qualsiasi prezzo abbiamo dovuto pagare sul piano storico per il privilegio di essere ebrei. La preghiera richiede gioia, dicono i rabbini. Il modo migliore di presentarsi alla preghiera è con la gioia di aver eseguito una mitzvàh. La frase simchàh shel mitzvàh, la “gioia del compiere buone azioni”, è ampiamente usata nelle fonti ebraiche per descrivere lo stato ideale dell'esistenza umana. Vivere in un modo che realizzi lo scopo della nostra esistenza dovrebbe riempire di gioia i nostri cuori. La gioia è un dono che riceviamo in diversa misura. Ci sono coloro che hanno una natura spontaneamente gioiosa, che la cosa più semplice riempie di felicità. Altri lottano tutta la vita per superare una naturale tendenza alla depressione: per loro un momento di vera gioia è un evento raro, a lungo aspettato e ancora più a lungo ricordato. Le persone che rientrano in questa categoria hanno un rebbe speciale all'interno della tradizione ebraica. Rabbi Nachman di Breslav (visse in Ucraina dal 1772 al 1810) passò molta della sua vita lottando per ottenere la gioia. I suoi insegnamenti in materia sono particolarmente commoventi perché profondamente personali. Rabbi Nachman insegnava che non si deve mai smettere la ricerca della gioia e che si deve lottare contro la nostra tristezza in modo da trasformarla, con la forza, in gioia. Egli narra la parabola di un uomo che si tiene in disparte da un cerchio di danzatori, troppo triste per unirsi a loro. Alla fine qualcuno lo afferra, obbligandolo ad unirsi al gruppo. Mentre danza, egli fa rilevare la sua precedente tristezza guardando con insoddisfazione e in qualche modo con disapprovazione questo nuovo atteggiamento. Il nostro compito, dice Rabbi Nachman, è portare la tristezza stessa all'interno del cerchio e far sì che anch'essa sia trasformata in gioia. Un tipo particolare di simchàh appartiene all'individuo solitario: è la gioia che ci riempie quando guardiamo le bellezze del mondo create da Dio o ci beiamo nelle benedizioni di colui che amiamo. Un altro tipo di simchàh deve essere condivisa con gli altri in un modo più plateale. Questa è la simchàh degli eventi gioiosi come una nascita, un matrimonio, una riunione di amici. Qui l'evento stesso viene chiamato simchàh, “una gioia”. Quando noi ebrei ci ritroviamo insieme per questi lieti eventi o, Dio non voglia, per delle occasioni tristi, ci salutiamo reciprocamente dicendo (in yiddish) nor oif simches, che può essere sommariamente tradotto: “Con la speranza di vederci soltanto in momenti di gioia!”.
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