Yerushalàyim

Yerushalàyim, o Gerusalemme, è la città scelta da Dio perché fosse il suo luogo sacro. Altri luoghi particolari possono esser santi in conseguenza di antichi episodi, decisioni o associazioni, ma soltanto Gerusalemme è “la città di Dio, il Suo sacro monte; dalla vista bellissima, gioia di tutta la terra” (Sal. 48:2-3). Gerusalemme è il centro della visione universale dell'ebraismo, indicata dai profeti dell'antico Israele. La trasformazione del mondo dovrà venire da là:
 
Sarà alla fine dei giorni
Che il monte della casa del Signore
Si ergerà sopra tutte le montagne,
Più elevato di tutte le colline.
Tutte le nazioni confluiranno là come fiumi
E molti popoli andranno e diranno:
"Venite, saliamo sul monte del Signore
Alla casa del Dio di Giacobbe.
Egli ci insegnerà le Sue vie”.
Perché da Sion verrà l'insegnamento
E da Gerusalemme la parola del Signore.
Egli giudicherà tra le nazioni
E prenderà decisioni tra molti popoli.
Essi dalle loro spade faranno vomeri
E dalle loro lance faranno falci.
Un popolo non solleverà la spada contro un altro popolo
Né impareranno più la guerra. (Is. 2:2-4)
 
Gerusalemme si trova quindi proprio al centro della visione più universale dell'ebraismo, la visione della pace. Questo amore per un luogo di pace particolare, un amore che noi affermiamo essere condiviso da Dio con innumerevoli generazioni di ebrei, è una parte essenziale della nostra identità spirituale. Non vi è comprensione degli ebrei o dell'ebraismo al di fuori di esso. Pur sapendo perfettamente che Dio è ovunque, accessibile “a tutti coloro che a Lui si rivolgono in verità” (Sal. 145:18), chiunque e dovunque essi siano, questa città mantiene un posto centrale ed unico nel nostro immaginario religioso. La sua prosperità e, soprattutto, la sua pace sono una preoccupazione speciale, un tema consueto della preghiera ebraica, sia antica che contemporanea. L'invocazione “l'anno prossimo a Gerusalemme!” con la quale si conclude sia Yom Kippùr che il séder di Pésach, è la nostra speranza più cara, la nostra supplica di redenzione. Sin dai tempi dei profeti la redenzione d'Israele e la ricostruzione di Gerusalemme sono state totalmente identificate l'una con l'altra: “Prompete insieme in canti di gioia, o rovine di Gerusalemme, perché Dio ha consolato il Suo popolo, ha redento Gerusalemme” (Is. 52:9).
Quanto sopra era vero e avrebbe potuto essere scritto un centinaio o perfino un migliaio di anni fa. Ma nei secoli passati il popolo ebraico ha mutato il suo rapporto con Gerusalemme. Nel decidere di non aspettare la redenzione divina, ma di dare inizio al ritorno a Sion per nostro conto, abbiamo ri-creato una città di Gerusalemme terrena e molto ebraica. Quelli di noi che sono impegnati attivamente nell'ebraismo hanno visitato Gerusalemme, forse hanno anche vissuto là per un periodo, o probabilmente almeno pensato di poter vivere là per sempre. Gerusalemme è una realtà, una città con un sindaco, problemi di traffico, una popolazione araba ed ebrea, mercati affollati, tensioni fra laici e religiosi che raggiungono il livello dell'odio, ed un'eccessica cementificazione che minaccia la sua incredibile bellezza naturale. È anche una città di infinita ricchezza spirituale, artistica ed intellettuale. Che cosa ha a che vedere questa Gerusalemme reale con quella della visione profetica, della preghiera e della fantasia? Come possono integrarsi la visione sublime e la realtà concreta?
L'ebraismo sostiene che esse sono una sola cosa. Il nostro amore non è per una Gerusalemme celeste ma, usando le parole di Rabbi Nachman di Breslav, per “queste stesse pietre, queste stesse case”. In questo siamo assolutamente parziali. Aiutare i poveri di Gerusalemme, costruire una sinagoga a Gerusalemme, portare la pace a Gerusalemme, tutto questo per noi è molto più importante che esercitare le stesse attività in qualsiasi altro luogo. Allo stesso modo, sentire che i diritti dei non ebrei sono violati a Gerusalemme o che viene praticata l'ingiustizia in questa città ci offende molto di più che se tutto ciò accadesse altrove. La nostra stessa posizione di vincitori di una maldisposta minoranza araba nella Città Santa rende il sogno di Gerusalemme come la città della pace sempre più lontano dalla sua concreta realizzazione.
A fronte di questa realtà complessa e amaramente contestata (e queste parole sono scritte, naturalmente, mentre mi trovo a Gerusalemme), appare importante prendere posizione. Sia chiaramente detto che l'autentica visione ebraica di Gerusalemme non riguarda un dominio esclusivo. Gerusalemme appartiene a Dio, non a noi. Ciò che dobbiamo creare a Gerusalemme è un insegnamento di pace, tale da condurre tutti gli uomini ad amarsi reciprocamente, da esser più disponibili con le diversità. Questo è il motivo per cui siamo qui! Non possiamo fare ciò con il predominio, ma soltanto con la collaborazione, con l'azione di far posto a più persone nella citta santa di Dio.
Abbiamo davanti a noi una grande sfida ed una magnifica opportunità. Possiamo mostrare al mondo |m- compresi coloro che si trovano coinvolti in conflitti etnici apparentemente insolvibili - che c'è un modo di vivere insieme, fianco a fianco, con chi è stato uno strenuo nemico, e che c'è un modo di mutare la formula delle nostre interazioni attraverso la generosità e la disponibilità. Fare ciò dimostrerebbe che siamo realmente liberi, non più spinti dai fantasmi del nostro passato e dalle paure che ci hanno tormentato così a lungo. Abbiamo il potere, in questo momento, di rendere una realtà la visione di Isaia, di mostrare che dal nostro speciale amore per Gerusalemme può venire una lezione tale da trasformare tutta l'umanità. Oppure possiamo continuare a sostenere che essa appartiene tutta a noi e darci da fare a fortificare, a costruire sempre più quartieri ebraici su colline in posizione sempre più dominante, ed aspettare che venga la prossima guerra. Gerusalemme rimane il luogo per eccellenza dei nostri sogni più belli, ma soltanto se sappiamo superare i nostri incubi peggiori.
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