31/03/2019

Tazrià-Mezorà

(Levitico 12,1 - 15,33) Le due Parashoth, che quasi sempre sono lette nel medesimo sabato, prendono in esame le regole di purificazione che devono rendere la persona dell'ebreo sempre in perfetto stato di santità. In particolare fanno riferimento alle leggi di purificazione, sia quelle riguardanti le donne durante e dopo il periodo mestruale e dopo il parto, sia quelle che deve seguire un membro del popolo colpito da malattie della pelle: ulceri, piaghe, lebbra.
 
Una grande importanza viene data nella Torà alle leggi di “tahorà”, di “purità”, che devono preservare l'ebreo dalla “tumà”, il suo contrapposto che però non si può rendere con la traduzione generalmente usata, “impurità”.
I concetti di “purità” e di “impurità” nella Torà hanno una valenza particolare alla quale difficilmente possiamo trovare un preciso riscontro nel linguaggio odierno; soprattutto nella vita moderna così lontana dai valori del tempo in cui tutta la vita dell'ebreo era imperniata attorno a un culto che trovava la sua massima espressione in un primo tempo nel Tabernacolo e in seguito nel Tempio di Gerusalemme.
Dalle Parashoth finora esaminate risulta che tutta la vita dell'ebreo deve essere permeata dalle leggi di santità che lo accompagnano “stando in casa e andando per la via”, così come ripetiamo ogni giorno nello Shemà'. Il fatto che la Torà interrompa il suo insegnamento riguardante il culto nel Tabernacolo, per dare una serie di prescrizioni che toccano la vita quotidiana e domestica dell'uomo, il suo nutrimento, la sua vita privata, ne è un'ulteriore dimostrazione.
È un monito che ci ricorda che non basta frequentare il Tempio, offrire sacrifici, prender parte al culto pubblico, ma che essere ebrei impegna ad osservare anche tutti gli altri precetti, tutte le altre racco mandazioni dettateci: nell'interno delle nostre case, nella nostra tavola, nel nostro abbigliamento, nelle nostre gioie e nei nostri dolori, in tutte le nostre occupazioni e circostanze della vita.
Impariamo così a rendere le nostre case un santuario, la nostra tavola un altare, il nostro corpo un'Arca santa, per rendere la nostra vita l'anticamera del cielo, come afferma il Pirké Avoth: “Questo mondo è l'anticamera del mondo futuro: preparati bene in questo mondo per poter entrare con pieno diritto nel mondo futuro” (4,21).
Nella terra di Israele, là dove la Maestà Divina risiedeva nel Suo Santuario e si manifestava in mezzo a un popolo che camminava nella sua luce e viveva nella santità della legge, i nostri padri possedettero una percezione divina, un modo di essere che noi oggi non riusciamo più neppure ad immaginare.
Oggi noi non sentiamo più l'imperfezione, perché la perfezione ci manca.
“Impurità e santità”, dice Jehudà ha-Levì, “sono due concetti indissolubilmente legati fra di loro: l'uno non può esistere senza l'altro. Ove non c'è santità non ci si rende conto dell'esistenza dell'impurità” (Kuzari III,49).
Le leggi sull'impurità, aggiunge il Maimonide, hanno avuto soprattutto lo scopo di preparare l'uomo a non entrare con leggerezza, irrispettosamente, nel Tempio, di non avvicinarsi alla conoscenza, al culto di Dio distrattamente e senza aver prima riflettuto sul suo modo di essere, sullo stato della propria coscienza.
Proprio in questa cornice di purità e di santità, la prima parte della Parashà di Ki-tazria' è dedicata alla donna nella sua qualità di madre.
Quando, compiuti i nove mesi della gestazione, la donna ha la grande gioia di divenire madre e vede per la prima volta il suo piccolo, è presa da un turbine di pensieri in cui, alla meraviglia e alla gioia del miracolo della nascita si mescola lo stupore e la preoccupazione circa il modo in cui assolverà il proprio nuovo ruolo.
L'essere umano, nella sua limitatezza, non solo non ha la possibilità di creare lo spirito e l'anima di un essere vivente, ma neppure quella di crearne gli organi materiali. Egli infatti con le sue sole mani è capace di creare solo forme grezze e inanimate, usando la materia già a sua disposizione; ma è il Signore che crea il corpo dell'uomo e vi soffia l'anima, il suo alito divino, perché parli, pensi e lodi il suo Nome.
Famoso è l'inno elevato da Anna quando il suo ardente desiderio di avere un figlio fu esaudito, ed ebbe dato alla luce Samuele.
Anna è la prima donna ebrea che ha lasciato la testimonianza di questo suo sentimento; è colei che ha creato un nuovo tipo di inno: il canto e la preghiera della madre ebrea.
Dalle sue labbra escono perle di spiritualità: “Il mio cuore esulta nell'Eterno, l'Eterno mi ha dato una forza vittoriosa... Non v'è alcuno che sia santo come l'Eterno, poiché non vi è altro Dio all'infuori di Te né vi è rocca pari all'Iddio nostro. Non levate la voce con orgoglio, non esca l'arroganza dalla vostra bocca, poiché l'Eterno è un Dio che sa tutto e da Lui sono pesate le azioni degli uomini...” (I Samuele 2,1-3).
Come abbiamo già rilevato nella Parashà di Jitrò, “tre sono i soci che collaborano nella creazione dell'uomo: il Signore, il padre e la madre” (Talmud Babilonese, Niddà 31a).
I genitori danno al nascituro tutto ciò che possiede di materiale e di corporeo: il Signore tutto ciò che è vitale e spirituale.
Ma è la madre che ha il privilegio di portare nel proprio seno il frutto di questa meravigliosa “società” durante i mesi di gestazione; è la madre che, per prima, ascolta i palpiti della nuova vita che porta dentro di sé.
“Non vi è grandezza che valga la grandezza della madre”, hanno affermato i nostri Maestri (Bereshith Rabbà 21).
E noi, edotti dagli avvenimenti della nostra storia durante la quale le donne hanno sempre dato il massimo contributo, particolarmente con il loro esempio di assoluta dedizione, ai più elevati ideali del nostro popolo, possiamo aggiungere: “Non c'è eroismo che sia paragonabile all'eroismo della madre ebrea”.
È interessante, proprio alla luce di queste considerazioni, il fatto che la donna dopo il parto sia considerata “temeà”, un termine che, come dicevamo, viene tradotto in modo improprio e deviante con “impura”.
Il concetto di “essere impuro”, ribadiamo, non corrisponde infatti esattamente al concetto espresso dal verbo “essere tamè”.
Ci è difficile considerare “impura” nel senso comune del termine colei che ha appena compiuto la mitzwà più grande fra quelle riservate alle donne: la procreazione di un essere vivente. E altrettanto incomprensibile potrebbe apparire la necessità della sua “espiazione”, un termine anche questo difficile da comprendere oggi. L'espiazione presuppone infatti la penitenza per una colpa, che, in questo caso, non esiste.
Ed è forse proprio attraverso l'esempio della donna che offre il “sacrificio” per tornare ad essere “pura” che possiamo cercare di comprendere il concetto di purità e impurità così come lo intende la Torà.
È stato infatti affermato: “Quando la donna sta per partorire si posano su di lei la `Shechinà' e la `Kedushà', la Santità Divina”.
Ma dopo che il nascituro è venuto alla luce, la Shechinà e la Kedushà si allontanano.
È questo allontanamento che induce quello stato definito dalla Torà “tumà”, “impurità”.
Un grande Maestro scomparso da pochi anni, Rav Elimelech Bar-Shaul, nella sua opera Min ha-beer citando Rabbi M.M. di Kotzk ha aggiunto: “La santità che permea la donna durante la gestazione e il parto si allontana temporaneamente dopo che il nuovo essere è venuto alla luce. Essa però torna e si posa nuovamente sulla madre quando essa alleva i suoi figli, li guida nella strada della verità e della fede instillando in loro i sacri ideali del nostro popolo”.
E il Midrash dichiara infine “Una madre si dedica sempre alla gloria e al miglioramento del mondo” (Devarim Rabbà, 6).
Basandoci sulle parole dei nostri Maestri, possiamo affermare che nulla vi è di più sacro, nella vita dell'essere umano, del compito di una madre fedele all'insegnamento divino.
Il secondo argomento trattato dalle due Parashoth, collegato al primo dal concetto di “impurità” e di “sacrificio” per tornare ad essere “puri”, è quello riguardante le malattie della pelle e la lebbra.
Il malato, tornato sano, doveva presentarsi al Sacerdote che ne decretava la guarigione e gli imponeva, secondo la legge della Torà, l'offerta di un “sacrificio” per sancire pubblicamente il suo riacquistato stato di “purità”.
Le condizioni in cui i figli di Israele vivevano nel deserto, il grande calore, le tempeste di sabbia, la scarsità d'acqua e di vitamine, rendevano le malattie della pelle molto comuni e spesso il popolo era portato a temere che tali malattie fossero di origine lebbrosa.
Ne derivava che il malato, di qualsiasi origine fossero le sue piaghe, nel dubbio veniva sfuggito da tutti e lasciato solo. Al dolore fisico si univa così una forte frustrazione morale.
Ciò spiega perché la Torà dedichi uno spazio così ampio alle malattie della pelle.
Di quali medici disponevano gli ebrei nel deserto? Anche se la Torà non lo dice esplicitamente, il fatto che il malato dovesse recarsi dal Sacerdote per stabilire la gravità del male, e la terapia opportuna, ci induce a supporre che i Sacerdoti avessero notevoli cognizioni mediche.
Il Sacerdote visitava il malato: se si trattava di lebbra, logicamente lo allontanava dall'accampamento per evitare il contagio e pericolose epidemie. Spesso però si trattava di semplici infezioni che, prese in tempo, scomparivano senza lasciar traccia.
Una volta guarito, l'ammalato doveva offrire il “sacrificio di espiazione”. Ancora una volta ci appare in tutta la sua gravità l'inadeguatezza dei termini a nostra disposizione nel linguaggio moderno; è evidente che il malato non aveva commesso alcun peccato, e la sua guarigione determinava soltanto un ritorno a uno stato di normalità e di purità che gli avrebbe permesso di essere nuovamente accettato dalla comunità.
Anche in questa occasione il `sacrificio' svolgeva tra l'altro una terapia di carattere psicologico.
Il malato infatti, ormai guarito, si presentava dinanzi al popolo e testimoniava, attraverso il pubblico atto sacrificale, l'avvenuta guarigione e il suo diritto a essere nuovamente accettato dalla comunità.
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