18/02/2018

Tetzavè

(Esodo 27,20 - 30,10) Dio ordina a Mosè di far preparare purissimo olio di oliva per il lume che deve ardere in perpetuo dinanzi alla Tenda della Radunanza. Aronne e i figli vengono consacrati Sacerdoti. Sono stabiliti i sacrifici mattutini e serali, e viene descritto l'altare che deve essere eretto dinanzi all'Arca.
 
La Parashà inizia con queste parole: “E tu ordina ai figli d'Israele che ti rechino olio d'oliva puro vergine, per l'illuminazione, per far salire la fiamma del lume che deve ardere dalla sera alla mattina in perpetuo” (27,20).
In questo brano notiamo subito due particolari insoliti: mentre normalmente la Torà, quando riferisce un ordine divino a Mosè, scrive: “E l'Eterno parlò a Mosè dicendo: `Parla a...' o: `Di' a...’”, qui l'ordine viene dato in modo diretto. E anche l'uso del pronome personale “tu”, che in ebraico è di regola omesso, richiama la nostra attenzione.
Soffermandosi su questi punti, i nostri Maestri deducono che “ogni volta che la Torà impartisce un ordine esplicito, indica che quest'ordine deve essere eseguito immediatamente e deve essere trasmesso alle generazioni future” (Numeri Rabbà 7,7).
E il ricordo di questo precetto si è effettivamente perpetuato anche durante i lunghi secoli della diaspora a differenza di tutti gli altri precetti collegati con il culto nel Tabernacolo.
Va infine notato che, mentre, per quanto riguarda le suppellettili usate nel Tabernacolo, la Torà si limita a far appello ai figli d'Israele perché offrano spontaneamente il loro contributo: “da parte di chiunque sarà spinto dal suo cuore...” (25,2), qui dà l'ordine esplicito di portare l'olio della Menorà; ed in effetti questo precetto è l'unico, tra tutte le norme relative al Tabernacolo, per il quale la Torà affermi inequivocabilmente: “regola invariabile per le loro generazioni da osservare da parte dei figli d'Israele” (27,21).
Sorge quindi la domanda: perché l'olio della Menorà, tra tutto ciò che riguarda il culto nel Tabernacolo e nel Tempio, è oggetto di un'attenzione particolare? Perché tra tutti gli oggetti del Tabernacolo e, di conseguenza, del Tempio, proprio la Menorà è divenuta il simbolo universale dell'Ebraismo, del popolo ebraico? Molti altri oggetti erano caratteristici e significativi, ma nessuno è stato ed è tuttora usato così costantemente come la Menorà, tanto da divenire nei nostri giorni l'emblema dello Stato d'Israele. Che cosa ha visto e vede, dunque, il nostro popolo nella Menorà?
Tra le varie risposte che i nostri commentatori danno a queste domande, particolarmente suggestiva è la seguente: la Torà è paragonata alla fiamma e l'anima dell'uomo alla luce; come è affermato in Proverbi 6,23: “Poiché il precetto è una lampada, e la Torà è una luce”.
Colui che accende la Menorà fa entrare perciò simbolicamente la fiamma della Torà nei cuori: li accende, li illumina!
S.R. Hirsch attira la nostra attenzione sull'insolita forma verbale “per far salire la fiamma”, usata in luogo della locuzione più semplice e più comune “accendere”, notando tra l'altro che troviamo questa espressione soltanto quando si parla delle regole relative al culto nel Tabernacolo. È facile, quindi, dedurre che l'espressione “per far salire la fiamma” ha anche lo scopo di far risaltare il modo in cui si deve trasmettere alle nuove generazioni il nostro patrimonio spirituale e religioso. Il Maestro non deve limitarsi a impartire nozioni ai suoi discepoli: come il Cohen doveva curare l'accensione della Menorà fino a che ardesse sicura, così il Maestro deve curare il discepolo sino a che brilli in lui la fiamma della fede: deve infondere in lui l'amore, la dedizione allo studio, la conoscenza, fino a che diventino per lui una necessità di vita. Rabbì Yedayà ha-Peninì di Beziers afferma nella sua opera Bechinath 'olam: “L'unione della Torà con l'uomo porta la luce divina sulla terra: la Torà è la fiamma che si diffonde dalla scintilla di Colui che risiede nei cieli; l'uomo mediante i due elementi di cui è composto, il corpo e l'anima, è come un lucignolo e la sua anima è come l'olio puro. La torcia e la fiamma, unendosi, generano una luce da cui tutta la casa è circonfusa”.
Sebbene il Tempio sia andato distrutto, abbiamo le Sinagoghe, le Case di studio e le nostre stesse dimore: accendendo in esse la luce perpetua prepariamo la futura luce del regno messianico, di cui Isaia dice: “E i popoli cammineranno nella Tua luce, i re allo splendore della Tua aurora” (60,3).
Il “ner tamid”, il lume perpetuo delle nostre Sinagoghe, resto simbolico del “ner tamid” d'un tempo, simbolo della fiamma eterna della fede e dello spirito inestinguibili dell'ebraismo, ci ricorda anch'esso la Menorà del Beth ha-Mikdash.
Quando la Torà ci riferisce delle tenebre che colpirono l'Egitto, ci specifica: “E tutti i figli d'Israele avevano luce nelle loro dimore” (Es. 10,23). Le tre ultime parole sembrerebbero superflue; ma i nostri Maestri hanno spiegato che ogni ebreo, come d'altronde ogni essere umano, ha una particolare scintilla che illumina e brilla; questa scintilla, però, non splende presso tutti con uguale intensità, proprio come una pietra preziosa incastonata nell'oro splende più della medesima pietra incastonata nel rame. Anche durante le tenebre che avvolgevano l'Egitto tutti i figli d'Israele avevano la luce; ma essi avevano il dovere di far sì che questa luce fosse nel posto, nella dimora più adeguata; dovevano, cioè, trovare il modo migliore con cui creare la cornice adatta perché fosse sempre più splendente, perché brillasse in perpetuo!
E come allora così anche oggi accendere e mantenere accesa la Menorà nelle case d'Israele è un sacro dovere che incombe su di noi: una dimora senza la Menorà che arda è come un corpo senza anima; soltanto per mezzo della luce della Torà e delle mitzwoth, delle buone azioni, dell'amore per il Signore, dell'amore per Israele, dell'amore per l'umanità tutta, riusciremo a far penetrare la luce e la gioia più spirituale, più elevata nelle nostre case ed avremo il privilegio di avvicinare sempre più il giorno della “gheulà shelemà”, della redenzione completa.
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