18/11/2018

Va-Jshlach

(Genesi 32,4 - 36,43) Giacobbe torna a casa. Prima dell'incontro col fratello Esaù, che al momento della partenza aveva minacciato di ucciderlo, incontra un essere misterioso con il quale lotta l'intera notte e al quale all'alba, prima che si allontani, chiede di benedirlo. Incontro con Esaù.
 
È estremamente emblematico l'episodio di Giacobbe che, prima dell'incontro con il fratello Esaù, mentre in piena notte passeggia meditando e riflettendo, si imbatte in un essere non chiaramente definito. Questo essere misterioso assale proditoriamente Giacobbe; un Giacobbe che, prima del temuto incontro con il fratello, in preda a dubbi, e probabilmente a rimorsi, non riesce a trovare riposo e va girovagando, forse in cerca delle risposte ai propri interrogativi, dei chiarimenti che lo rassicurino, che lo mettano in pace con la parte migliore della propria coscienza.
La lotta con questo essere misterioso può simboleggiare la lotta interiore sostenuta da Giacobbe durante i lunghi anni di lontananza dalla casa paterna fino a quel momento in cui sta per rientrare nella terra da cui era partito ventidue anni prima.
Più volte Giacobbe è stato costretto a ricorrere a vie traverse per poter procedere; più volte è stato messo in condizione di prendere decisioni che lasciano adito a molte perplessità. E ciò fin dalla prima volta, la più significativa, quella in cui aveva ingannato suo padre per ottenere la benedizione che d'altronde, come abbiamo detto, rappresentava l'unica soluzione possibile per la continuità della missione affidata alla stirpe di Abramo e di Isacco, come dimostra chiaramente il fatto che Esaù e i suoi discendenti si allontanarono completamente dagli ideali dei loro progenitori.
Ora, al momento del ritorno, il peso della condotta tenuta nel passato si fa per Giacobbe particolarmente opprimente: e il suo girovagare notturno sta proprio a significare questo tormento dell'animo, questo bisogno di riscatto prima di rimettere piede nella casa paterna.
E la lotta assume allora un suo significato altamente morale: la lotta di Giacobbe con l'“angelo”, per usare la parola con cui è comunemente descritto l'“essere misterioso”, rappresenterebbe la lotta di Giacobbe con la propria coscienza e il suo bisogno di rinnovarsi per divenire migliore.
La vittoria che riporta su se stesso in questa lotta chiarisce il concetto della benedizione che Giacobbe chiede all'angelo: una benedizione che sta a significare la richiesta rivolta alla parte spirituale di se stesso, all'“angelo” che ognuno di noi porta in sé e al quale spesso non diamo la possibilità di esprimersi, di divenire la `voce' che ispira le nostre opere e le nostre azioni.
E questa lotta di Giacobbe per far emergere la parte migliore di sé gli merita il nome di Israele, “campione di Dio”.
Il Neher, nella sua opera Chiavi per l'ebraismo, dà una spiegazione molto suggestiva del ritorno di Giacobbe alla casa di suo padre.
Egli mette a confronto la personalità di Abramo e quella di Giacobbe, simboli ambedue dell'animo ebraico di ogni tempo.
Abramo è la rappresentazione dell'ebreo secondo il significato etimologico della parola “'ivrì”, colui che “va oltre”, e aiuta gli altri ad “andare oltre”, il “traghettatore”.
Dice il Neher: “L'uomo giudeo, in quanto 'ivrì, ebreo, è il `traghettatore' che nella storia ha fatto passare il paganesimo antico al cristianesimo, il paganesimo orientale all'islam, i neo paganesimi agli umanesimi; e farà passare tutti i paganesimi attuali all'umanesimo messianico... Per far ciò l'ebreo è in esilio: un esilio permanente, un esilio necessario per esercitare questo ruolo di missionario...
“Ma senza trascurare nulla di questo ebraismo, l'uomo giudeo è anche Israele... Nella spinta missionaria e universalista può nascere nell'ebreo la nostalgia di giungere all'altra riva, di sbarcare, di installarsi.
“È la tentazione di Abramo, è la tentazione di Isacco, è anche quella di Giacobbe. E in una notte storica, quando Giacobbe prova questa nostalgia di stabilirsi, d'installarsi finalmente, l'angelo si presenta. È la lotta contro l'Assoluto e, in quella notte di Peniel, Giacobbe da quell'ebreo che era per merito di Abramo, diviene Israele”.
 
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Soffermiamoci ora su un altro dei vari avvenimenti descritti in questa Parashà, da cui, come sempre, possiamo trarre un insegnamento valido in ogni tempo: l'incontro di Giacobbe con suo fratello Esaù.
Giacobbe, dopo aver lasciato Labano, ricorda la minaccia chiaramente espressa da Esaù di ucciderlo.
Durante il suo ritorno ritiene perciò prudente tentare di ammorbidire il cuore di suo fratello inviandogli dei messaggeri con ricchi doni e parole di pace.
Ma i messaggeri ritornano e riferiscono: “Siamo andati da tuo fratello Esaù, ed ecco, ti viene incontro a capo di 400 uomini” (Gen. 32,7).
Giacobbe ne trae la logica deduzione che la missione di pace è fallita, ed Esaù si accinge ad attaccarlo. Se infatti Esaù avesse desiderato la riconciliazione, sarebbe venuto solo!
Grande è la sua preoccupazione, come dice esplicitamente la Torà: “Allora Giacobbe fu preso da grande paura e angoscia” (32,8).
Dà quindi inizio ai preparativi per la difesa. Supplica l'Eterno di porgergli il Suo aiuto, e prepara un vero e proprio piano di difesa in caso di attacco armato.
I nostri Maestri hanno affermato che nel momento del pericolo in tre modi dobbiamo prepararci a difenderci, esattamente come aveva fatto Giacobbe: con il tentativo di rabbonire l'avversario, con la preghiera e con una salda preparazione per difendersi.
Ma la mattina seguente, quando i fratelli si incontrano, si verifica una svolta improvvisa e inaspettata: “Ed Esaù gli corse incontro, l'abbracciò, gli si gettò al collo e lo baciò: e insieme piansero!” (33,4).
Non azione di guerra, quindi! E neppure recriminazioni e amari rimproveri, ma un caldo, affettuoso, fraterno abbraccio!
Varie interpretazioni sono state suggerite per questo improvviso e sorprendente mutamento di atteggiamento di Esaù nei confronti del fratello. Alcuni vi hanno letto un vero, sincero, istintivo slancio dettato dal cuore. Altri invece, con una interpretazione dettata probabilmente da secoli di amara esperienza, vi hanno voluto leggere un comportamento dettato da subdola falsità; interpretazione, comunque, che non trova alcuna conferma nel testo della Torà.
A mio avviso è proprio la spiegazione più ottimistica che trova riscontro nella parte migliore della natura umana.
Probabilmente fino al momento dell'incontro i sentimenti di Esaù nei confronti del fratello erano amari e ostili: il suo rancore era profondo e chiedeva vendetta.
Ma al momento dell'incontro, quando si vede dinanzi il fratello, ecco riaffiorare i lontani ricordi del legame che li aveva uniti per tanti lunghi anni.
Egli pensa certamente: quest'uomo è mio fratello, sangue del mio sangue. Il rancore si dilegua, l'affetto trionfa, il perdono è spontaneo e immediato.
È la vittoria del cuore sul cervello, del sentimento sulla logica.
Troppo spesso, in particolare nei nostri giorni, consideriamo come una vittoria impostare le nostre vite sulla ragione piuttosto che sul sentimento. Troppo spesso permettiamo che il freddo calcolo domini le nostre azioni al di sopra dei sentimenti, degli slanci spontanei, dell'umanità! Ed è forse questa una delle ragioni per le quali oggi si ha così poco interesse per la fede.
La fede è infatti soprattutto una questione di cuore e di istinto. Il suo richiamo è diretto soprattutto alle emozioni umane, al sentimento umano, piuttosto che a una schematizzazione della logica.
La “religiosità” risiede nel cuore, non nella ragione che, al contrario, tiene conto soprattutto degli interessi personali, economici, politici...
Troppo spesso noi chiudiamo il nostro cuore per prestare orecchio alle argomentazioni logiche dalla mente. Accantoniamo la religione, che limiterebbe la nostra libertà d'azione, che implicherebbe rinunzie e sacrifici, per dare spazio al nostro tornaconto personale!
È una strada, questa, che può condurre a risultati assai pericolosi.
È una strada che mette in conflitto l'uomo con se stesso perché, lungi dall'essere una macchina calcolatrice, egli è un insieme di sentimenti, di emozioni, di slanci naturali che non sempre, e non necessariamente, devono essere messi a tacere a favore della ragione.
Molte delle calamità che si sono abbattute sulla terra sono dovute a questo atteggiamento che, alla resa dei conti, è totalmente disumano. È il momento di fermarci un istante nella nostra corsa affannosa alla ricerca di tecnologie sempre più avanzate, per prenderci una pausa di riflessione, per riscoprire la dimensione umana dell'uomo. Altrimenti corriamo il rischio di creare un mondo di “superuomini” perfettamente sani, è vero, perfettamente costruiti e straordinariamente efficienti.
E perfettamente anonimi: come i robot!
Ben diverso è l'insegnamento dell'ebraismo!
Rabbi Jochanan ben Zakkai chiese una volta ai suoi discepoli: “Qual è la cosa migliore che un uomo possa possedere?”.
Varie risposte gli vennero date, tutte fondate su alti valori spirituali.
Ma la risposta che egli considerò la migliore fu “Un cuore buono”; perché, spiegò, chi ha un cuore buono possiede tutte le qualità che sono state suggerite dagli altri allievi (Pirké Avoth 2,13).
L'intelletto è certamente una cosa buona; il dono più grande che Dio ha concesso all'uomo. Purché ne usi alla luce e al calore del sentimento!
Ciò che rende la vita dolce è lo stimolo di un cuore buono, lo slancio istintivo, non ragionato forse, ma così entusiasmante, così umano, che lo spinge a tendere una mano misericordiosa verso il fratello. Verso tutti i fratelli!
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