19/11/2017

Va-Jetzé

(Genesi 28,10 - 32,3) Giacobbe, temendo l'ira di suo fratello Esaù per la benedizione ottenuta in sua vece dal padre Isacco, fugge verso la casa di suo zio Labano. Si ferma a dormire lungo la strada, e sogna una scala che raggiunge il cielo, sulla quale angeli salgono e scendono. Dalla cima della scala il Signore lo benedice e rinnova con lui il patto di alleanza già stretto con Abramo. Si innamora della cugina Rachele e dovrà lavorare sette anni per ottenerla in sposa; ma, con un inganno, lo zio gli farà sposare la figlia maggiore Lea, e Giacobbe per ottenere in moglie anche Rachele, dovrà lavorare ancora sette anni. Alla fine, ricco di figli e di armenti, decide di tornare alla casa paterna.
 
In questa Parashà sono narrate le vicende di oltre vent'anni della vita del terzo patriarca, di Giacobbe.
Ha inizio nel momento in cui egli fugge dalla casa paterna a causa del rancore che il fratello nutriva nei suoi confronti a motivo della benedizione carpitagli, e termina con il suo ritorno nella terra di Canaan accompagnato dalla numerosa famiglia e con tutti gli armenti, i greggi e la servitù che, con la sua operosità benedetta dall'aiuto dell'Eterno, si era formato in Padan Aram, in casa di suo zio Labano.
Qui Giacobbe aveva condotto una vita non facile, costellata di intrighi, inganni, difficoltà che era stato costretto ad affrontare e a risolvere in qualche modo.
Ma il Signore lo guida e gli è di sostegno fin dal momento della sua partenza dalla casa paterna, quando gli appare in un sogno premonitore e benedicente.
Non deve essere stato facile per Giacobbe, che nella casa paterna aveva vissuto tranquillamente senza traumi né scosse, come è detto: “E Giacobbe, uomo tranquillo, viveva nelle sue tende” (25,27), affrontare il lungo viaggio che lo avrebbe condotto nella lontana casa dello zio Labano!
E che Giacobbe fosse uomo amante della casa e della famiglia lo dimostra il fatto che, prima ancora di giungere a casa di suo zio Labano, incontra vicino al pozzo sua cugina Rachele che, secondo il Midrash, assomigliava grandemente a sua madre, se ne innamora e, appena giunto in casa dello zio, gli chiede di sposarla.
Le difficoltà che Giacobbe incontra nel coronare il suo sogno, la tenacia e l'abnegazione che dimostra nel perseguire lo scopo, quattordici anni di lavoro presso suo zio Labano, sono un'ulteriore prova della costanza e della perseveranza con cui affronterà tutti gli impegni che lo attendono.
Possiamo facilmente immaginare i suoi pensieri e le sue preoccupazioni nel momento in cui lascia la casa paterna per avviarsi verso l'ignoto. E non soltanto preoccupazioni materiali! Il padre Isacco, benedicendolo prima della sua partenza, gli aveva detto: “(Iddio benedetto) conceda a te e alla tua progenie la benedizione di Abramo...” (28,3). Con queste parole aveva in pratica consegnato nelle sue mani il compito che, per volontà del Signore, si era assunto Abramo suo nonno.
Né, Giacobbe, avrebbe potuto tradire l'impegno senza rendere vano e inaccettabile l'inganno che era stato necessario per ottenere tale benedizione!
Un inganno che senza dubbio doveva pesare sulla coscienza del patriarca che certamente nutriva in cuore un forte rimorso per l'inganno compiuto a danno di suo padre e di suo fratello: come era stato accettato da suo padre Isacco il suo spacciarsi per Esaù?
E l'Eterno? Gli sarebbe stato vicino in un compito e in una missione ottenuti con l'inganno?
È con questi pensieri che, giunta la sera, Giacobbe si accinge a coricarsi.
Ed ecco che, come dicevamo, la strada gli viene chiaramente indicata da un sogno chiarificatore di straordinaria suggestione, che gli allevia il peso opprimente del dubbio sul proprio operato: “Fece un sogno: vedeva una scala posata in terra, la cui cima arrivava in cielo e per essa degli angeli di Dio salivano e scendevano. E il Signore stava in cima ad essa e gli diceva: `Io sono il Signore Dio di Abramo tuo padre e Dio di Isacco: la terra sulla quale stai coricato la darò a te e alla tua discendenza... e tutte le famiglie saranno benedette in te e nella tua progenie’”. (28,12 e segg.)
Quindi non soltanto Dio lo accetta come legittimo successore di Isacco nel compito di padre del futuro popolo, ma gli rinnova la promessa di essere di benedizione per l'umanità!
Un sogno, dicevamo, di grande suggestione e di profondo significato che chiarisce il futuro impegno di Giacobbe, ma lo carica contemporaneamente di un pesante fardello.
Tra le tante interpretazioni date a questo sogno, interpretazioni che si completano a vicenda, ne riportiamo qui una forse tra le meno note, ma sicuramente fra le più significative e che meglio risponde agli interrogativi: la scala che “poggia in terra e la cui cima arriva in cielo” è un chiaro simbolo del collegamento che unisce il cielo e la terra, il materiale e lo spirituale: perché l'uomo è stato plasmato nella terra, ma ha in sé il soffio di Dio. E il concetto è già stato ampiamente sottolineato nella Parashà di Bereshith, durante la discussione fra i due Maestri, Hillel e Shammai, che si pongono l'interrogativo se sia stato creato prima il cielo o prima la terra, prima lo spirito, o prima la materia.
Per aver successo, Giacobbe deve mirare in ogni sua attività al cielo, senza peraltro perdere di vista la propria componente terrena dalla quale non può e non deve prescindere: la scala, infatti, poggia sulla terra, ma la sua saldezza è data dal sostegno che è in cielo.
Questo insegnamento, dato a Giacobbe in un momento di grande ansia e preoccupazione, vale per ogni essere umano e in tutti i tempi.
Ogni atto che noi compiamo deve essere sublimato da uno scopo che si avvicini il più possibile al divino.
L'uomo svolge la sua attività in terra, dove il Signore l'ha posto; ma perché la sua opera sia coronata da successo deve tendere alla conquista del cielo. E lo strumento con il quale si può collegare la terra con il cielo, unire il materiale allo spirituale, è la fede che deve animare l'uomo in tutte le sue azioni.
Senza il sostegno di qualche cosa di celeste, di spirituale, qualsiasi costruzione è, prima o poi, destinata a crollare.
L'uomo, coronamento della creazione, deve far sì che il cammino della propria esistenza sia, come la “scala di Giacobbe”, sempre in ascesa. E, come nel sogno, deve essere consapevole che dalla cima il Signore gli tenderà sempre una mano per superare le difficoltà, lo aiuterà e lo sosterrà.
Ma non è sufficiente una fede puramente teorica, avulsa dall'azione, per meritare l'aiuto celeste; è necessaria l'azione pratica, concreta, che esamini le situazioni e si chieda: che cosa debbo fare perché l'azione sia buona, perché io non rimanga ancorato alla terra, ma possa iniziare la mia salita verso il cielo?
Ed ecco spiegato anche il movimento continuo degli angeli che, sulla scala, scendevano e salivano. Gli angeli visti nel sogno, infatti, celebravano senza dubbio la gloria del Signore, ma non in una posizione di quieto immobilismo; essi erano, al contrario, in continuo movimento a dimostrazione che, per servire compiutamente Dio, alle parole, al sentimento va unita l'azione.
Dal sogno di Giacobbe possiamo trarre un altro importante insegnamento.
Nella nostra vita terrena tutti desideriamo elevare il nostro livello economico, sociale, culturale; ebbene, la scala, con i suoi gradini, ci ammonisce: ogni ascesa deve essere graduale, i gradini devono essere superati ad uno ad uno, con una lenta, faticosa, conquista. Non possiamo continuare a salire se prima non abbiamo posato solidamente i piedi sul gradino precedente: altrimenti rischiamo di trovarci improvvisamente di fronte a delle difficoltà insormontabili e di fallire quindi nei nostri sforzi per non aver avuto la preparazione adeguata.
Aspirazione di ogni collettività deve essere che “la cima”, a cui tendiamo, sia rivolta al cielo, sì da unire in un legame ideale il cielo e la terra e farne un tutto unico solido e duraturo, senza permettere che si formi alcun vuoto tra di essi: poiché ogni vuoto causa delle oscillazioni pericolose sia per la scala sia per chi sta salendo.
Gli scopi spirituali della nostra epoca, epoca di grandi cambiamenti, di rapida evoluzione tecnologica accompagnata tanto spesso da un ristagno se non da un regresso morale, o per lo meno da una immoralità diffusa che viene amplificata e a cui viene data dai vari mezzi di comunicazione una rilevanza e una risonanza forse eccessiva, ci impongono l'obbligo di far sì che la scala poggi saldamente a terra perché possa collegarsi e ancorarsi altrettanto saldamente al cielo.
Solo allora la scala sarà stabile in eterno e tutti noi riusciremo a salire con sicurezza e a fondare la nostra vita sociale sulle basi della parola divina.
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