13/10/2019

Bereshith

(Genesi 1,1 - 6,8) La Parashà di Bereshith racconta della Creazione del mondo, delle vicende della prima coppia umana, del Gan Eden in cui furono posti Adamo ed Eva e della loro cacciata da esso dopo la loro disobbedienza.
 
La prima Parashà della Genesi è una delle Parashoth più dense di significato, e innumerevoli sono i problemi che essa affronta.
Perché l'albero del Bene e del Male fu posto proprio in mezzo al Gan Eden?
Qual è il rapporto tra l'uomo, il Bene e il Male?
La scelta, che in pratica viene concessa dall'Eterno ai progenitori di tutta l'umanità, di mangiare del frutto proibito, anche se causa la prima grave disobbedienza alla Sua volontà, sta forse ad indicare che all'uomo è concesso il Libero Arbitrio? In altre parole Dio, non intervenendo al momento della disobbedienza, concede volontariamente all'umanità la possibilità di scegliere se vivere una vita di pace assoluta nel Gan Eden, o di pesante travaglio sulla terra dove, in ogni momento, è sottoposto alla difficile scelta tra il bene che è vita, e il male che è morte? (cfr. Deut., 30,15).
Aveva detto il Signore ad Adamo: “Del frutto dell'albero della conoscenza del bene e del male non ne mangiare; nel giorno che ne mangerai, per certo morrai” (2,17).
Ma quando Adamo ne mangia, non muore. Viene però condannato a riconquistarsi sulla terra, giorno dopo giorno, il ritorno al Gan Eden mediante una continua scelta del bene, che è la vita. E, se non sarà capace di scegliere il bene, nella scelta del male troverà la morte, la morte dell'anima che Dio ha soffiato in lui.
La fatica del lavoro, a cui viene condannato Adamo, non rappresenta comunque soltanto un castigo; se, infatti, il lavoro compiuto col “sudore della fronte” è realizzato con amore e dedizione, diviene atto di collaborazione fra Dio che ha concesso i beni della natura e l'uomo che li mette a frutto, ed è quasi atto di culto.
E quando i risultati sono buoni, divengono fonte di gioia incommensurabile, intima e riconoscente gratificazione che trasformano il castigo in premio!
In quanto alla maternità per la donna, al di là e al di sopra del castigo che consiste nel breve travaglio del parto, non rappresenta piuttosto incommensurabile gioia, e premio?
Ma rappresenta anche solenne impegno! Perché quando Dio affida alla donna il compito di essere “madre di tutti i viventi”, “Chavvà”, questo è il nome che le darà Adamo, le affida un compito da cui dipende la costruzione e il futuro dell'intera società!
Tra gli altri innumerevoli argomenti che la Parashà ci propone, anche se soltanto accennati, non è di poco conto quello della curiosità, molla indispensabile per l'uomo che sulla terra cerca la verità e il progresso, ma che, proprio come vediamo nella disubbidienza nel Gan Eden, può costituire anche una pericolosa spinta verso la trasgressione se non è opportunamente guidata e disciplinata.
La Creazione in sei giorni, inoltre, ci pone dinanzi a molteplici problemi scientifici che, nella breve trattazione che ci proponiamo di stendere, non potremo, naturalmente, approfondire in modo adeguato.
Questo è il libro delle generazioni di Adamo”, afferma il quinto capitolo.
Quali problematiche pone questa affermazione? L'essere umano fu realmente creato in modo differente da tutti gli altri esseri animati o non è stato, invece, il risultato di una lenta evoluzione che partiva da un essere inferiore, come vogliono alcune teorie scientifiche?
Ma, in quest'ultimo caso, perché solo l'uomo si è evoluto mentre tutti gli altri animali sono rimasti allo stadio iniziale?
E ancora: è possibile che tutta l'umanità discenda da una sola coppia? Come si spiegano allora le innegabili differenze di struttura, di colore che differenziano i gruppi etnici?
L'Eterno soffiò veramente il Suo alito vitale nella polvere della terra, trasformandala nell'essere umano?
È vero che gli uomini un tempo vivevano così a lungo come è riferito in questo capitolo? Ma su che basi veniva misurato il tempo?
La risposta a tutti questi interrogativi può essere sintetizzata in una frase: la Torà non è un testo scientifico! Essa non è impegnata nella ricerca delle origini antropologiche dell'uomo, né della sua evoluzione fisica e materiale. La Torà è una guida per la nostra ricerca ideologica ed etica della ragione dell'essere, della creazione e della posizione dell'uomo nella creazione. Se insistessimo sulla sua verità scientifica, ci esporremmo inevitabilmente alle critiche degli scienziati. Che, d'altronde, navigano anch'essi nella più completa incertezza, annaspando alla ricerca della verità nell'imperscrutabile mistero della nascita dell'universo, dei mondi, dell'uomo.
Diverso è lo scopo che ci prefiggiamo nello studio di un libro che, come dicevamo, non è scientifico, ma sacro.
Un libro che non si pone il problema del mistero della creazione, ma quello del mistero degli scopi di una umanità che procede con le sue incertezze, dilaniata dai dubbi, divisa fra gli abissi della malvagità ai quali solo l'umanità può pervenire, ma anche fra le meravigliose intuizioni morali e sociali che strappano l'uomo dal suo istinto animale, per farne il perfezionamento della creazione di Dio, collaboratore nella creazione. L'uomo a cui è affidato il compito di realizzare sulla terra quel bene, scopo in definitiva della sua creazione, o quel male, che inevitabilmente condurrà il mondo a quella morte preannunciata dall'Eterno con la sua raccomandazione: “Non mangiare dell'albero del bene e del male... che non abbia a morire”.
È questo quanto emerge fin dal primo capitolo della Torà con l'affermazione che costituisce uno dei princìpi fondamentali dell'ebraismo, come sostiene tra gli altri l'Albo nel suo Sepher ha-'ikkarim: il mondo è stato creato per un atto di libera volontà di Dio. La creazione ex nihilo costituisce l'affermazione su cui posa la fede in un Creatore che non è limitato dalla materia; in un Creatore che, creando il mondo, persegue uno scopo determinato che è nostro compito individuare e attuare.
Fin dall'inizio della Torà, quindi, ci rendiamo conto, come abbiamo rilevato, che le Sacre Scritture si interessano dell'Universo etico-spirituale piuttosto che di quello fisico. Il che non significa che i problemi fisici e materiali del mondo siano da sottovalutare o da trascurare, come d'altronde risulta chiaramente dalla solenne consegna di Dio ad Adamo della terra e degli animali.
Nel quinto capitolo, come abbiamo già ricordato, è scritto: “Questo è il libro delle generazioni di Adamo”. Da un testo di etica e di spiritualità non possiamo e non dobbiamo dedurre che questa frase voglia essere soltanto una sollecitazione ad interessarci a un arido albero genealogico, o a una questione di maggiore o minore longevità dei nostri progenitori effettiva o simbolica che sia. Non possiamo che leggervi un messaggio ben differente, un messaggio vitale e di incomparabile valore: “Dalle generazioni di Adamo” l'intera umanità discende. Dal primo ed unico uomo creato trae origine l'intera umanità: di conseguenza gli uomini, tutti gli uomini, compongono una vasta fratellanza. Questo è l'insegnamento che la Torà vuole mettere in evidenza al di là e al di sopra di ogni ricerca scientifica.
Perché la Torà non parla di verità ricercate e scoperte dagli uomini attraverso il loro lavoro intellettuale e le loro indagini razionali; la Torà non parla di verità parziali, accettate oggi e respinte domani dalla stessa scienza che prima le aveva proclamate. Essa ci parla di verità in senso assoluto che, come tali, non temono né confronti, né smentite; quando parla della creazione del mondo, intende affermare verità che erano attuali al tempo di Mosè, e che sono vere oggi: verità che non si smentiscono perché appartengono ad una sfera che non ha interferenze con il processo delle teorie scientifiche umane, ma che appartengono alla sfera della morale che è eterna.
L'umanità si può dividere in numerosi gruppi. La mappa del mondo è costellata di sezioni, di regioni che si distinguono per le loro caratteristiche geografiche, per le caratteristiche delle nazioni e dei popoli che vi dimorano; popoli che si distinguono a loro volta gli uni dagli altri per lingua, carattere, idee ed interessi. Le differenze non consistono solo nel colore della pelle o nelle caratteristiche somatiche. Le differenze sono evidentemente molto più profonde ed abbracciano tutta la prospettiva mentale e morale del mondo.
Ciò nonostante la Bibbia insiste sul fatto che tutti gli esseri umani sono fratelli, figli di uno stesso padre, come riafferma il Profeta: “Non abbiamo noi tutti uno stesso padre, non ci ha creati uno stesso Dio?” (Malachia, 2,10).
Non è questa una concezione sublime?
L'umanità intera, che vive in un sincero spirito di fratellanza, è il più grande ideale che possiamo perseguire. E se ciò valeva per il passato, vale ancor più oggi in cui assistiamo a feroci carneficine causate dall'odio razziale; ma anche, grazie al Cielo, alla scelta, da parte dell'umanità migliore, di una nuova solidarietà, di una ricerca del diverso per conoscerlo, comprenderlo, accettarlo come un fratello, figlio dello stesso Padre, meritevole perciò di attenzione, di rispetto, di affetto.
Quanto soffre, e ha sempre sofferto, il mondo per la mancata osservanza di questo fondamentale insegnamento divino!
Tutte le divisioni sono più o meno artificiali. Le differenze di nazionalità, di religione, di colore, di ricchezza e di stato sociale, non dovrebbero mai dividerci in classi, in compartimenti stagni!
L'accentuazione di queste differenze, invece della ricerca delle caratteristiche che ci uniscono, è la causa di rivalità nazionali, persecuzioni religiose e lotte sociali.
Ricordiamo: “Questo è il libro delle generazioni di Adamo”.
Ben 'Azzai affermava che questo verso costituisce il principio fondamentale su cui si basa tutto l'insegnamento della Torà!
Effettivamente questo verso è la base e la premessa, e allo stesso tempo il completamento del precetto “Amerai il prossimo tuo come te stesso” (Lev. 19,18), da Rabbì 'Akivà considerato il principio della Torà da cui derivano tutti gli altri; perché esso chiarisce in modo indiscutibile chi è il prossimo: `ogni essere umano'.
E un Midrash ha ancor più sottolineato la validità di questo principio affermando che, quando l'Eterno creò il primo uomo, raccolse la polvere da ogni angolo della terra e con essa formò quel primo essere grezzo in cui poi soffiò il Suo alito vitale. Ciò implica chiaramente il diritto di ogni uomo di vivere in qualsiasi luogo, perché ovunque egli è, e deve sentirsi, a casa propria: tutta la terra appartiene a Dio e in ogni luogo è Dio e con l'argilla di ogni luogo è stato creato il primo uomo. Il giorno in cui saremo capaci di attenerci a questo insegnamento divino, l'umanità inizierà finalmente a percorrere la strada giusta, quella che le era stata tracciata fin dall'inizio, fin dalla creazione del primo, singolo, uomo. Solo allora comincerà il percorso che ci condurrà verso l'Era messianica.
 
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Desideriamo soffermarci anche su un altro argomento apparentemente meno importante, eppure di estremo interesse: che cosa fu creato prima, il cielo o la terra?
Il problema, futile a prima vista, ha però interessato molti nostri Maestri.
La discussione più accesa avvenne fra le due famose Scuole del I sec. a. E.V.: quella di Hillel e quella di Shammai.
Sostiene la Scuola di Shammai: “Prima fu creato il cielo, poi la terra”.
Ribatte la Scuola di Hillel: “Prima fu creata la terra e solo in un secondo tempo fu creato il cielo!”.
Altri Maestri affermano infine: “Cielo e terra furono creati contemporaneamente” (Talmud Babilonese, Chaghigà 12a).
Viene spontanea la domanda: “Come è possibile che Maestri famosi quali Hillel e Shammai, e i loro discepoli, si siano potuti perdere dietro tali futili discussioni?”. Ed è proprio ciò che osserva Rabbi Shim'on bar Yochai: “Mi meraviglio che le Scuole di Hillel e di Shammai, colonne della saggezza del nostro popolo, possano avere delle divergenze su tale argomento!” (Bereshith Rabbà 1,21).
Ma se esaminiamo attentamente il problema sollevato dalle due scuole ed identifichiamo la creazione del cielo con la creazione della spiritualità, e quella della terra con la creazione della materia, ci accorgeremo che la domanda, lungi dall'essere futile, diviene di fondamentale importanza sia per la comprensione dell'essenza della natura del Creato che di quella umana.
Sotto questa forma la domanda assume infatti un significato profondo e impegnativo: che cosa è più importante per la sopravvivenza della Creazione, lo spirito o la materia?
È una questione concreta e reale che investe il comportamento dell'uomo in ogni momento della sua vita.
Ed è nella Torà che dobbiamo cercare, attraverso ogni episodio, ogni parola, la risposta che dia all'uomo l'insegnamento pratico e morale valido in tutti i tempi e in tutti i luoghi, sul significato della propria esistenza.
La Scuola di Shammai vedeva nello spirito “il fondamento dei fondamenti”, la base di ogni umano comportamento.
La Scuola di Hillel, al contrario, riteneva che lo spirito, per essere saldo, doveva appoggiarsi su qualcosa di concreto; quindi sulla materia che, di conseguenza, doveva essere stata creata prima.
Sia chiaro: la Scuola di Shammai non sottovalutava l'importanza della materia, così come quella di Hillel era pienamente consapevole che se la materia, e quindi l'azione ad essa collegata, era fondamentale, lo era solo in conseguenza del fatto che essa avrebbe dovuto portare all'elevazione morale e spirituale dell'uomo sì da avvicinarlo sempre più agli intendimenti della Torà fino ad identificarsi con essi.
Soffermiamoci infatti su due notissime massime del Pirké Avoth, le Massime dei Padri; Shammai diceva: “Fa' dello studio della Torà un'occupazione abituale: parla poco, ma fa' molto ed accogli ogni uomo con volto gioviale” (Pirké Avoth 1,14).
E Hillel affermava: “Sii discepolo di Aharon Ha-Cohen che amava la pace, perseguiva la pace, amava le creature e le avvicinava alla Torà” (Pirké Avoth 1,12).
In ambedue gli insegnamenti viene sottolineata innanzitutto l'importanza dello studio della Torà accompagnato da quel comportamento ispirato ai princìpi che la Torà stessa esige: onestà, lealtà, amore per il prossimo, conseguimento dell'armonia e della pace nella società.
La differenza delle due concezioni non consisteva, quindi, che nel punto di partenza: perché il punto di arrivo e, in un certo senso, anche la strada da seguire, erano identici. Shammai partiva dallo studio della Torà, cioè dallo spirito, per raggiungere l'armonia del Creato e delle creature. Hillel insegnava invece che, attraverso l'azione, il comportamento, si raggiunge infallibilmente il rispetto e l'amore per tutte le creature, di conseguenza l'attuazione della Torà e l'elevazione dello spirito.
Si comprende quindi come, in armonia con il principio da essa sostenuto, la Scuola di Hillel, in contrapposizione con quella di Shammai, vedeva nella creazione della terra, che precedeva quella del cielo; nella creazione della materia prima, che precedeva quella dello spirito, il simbolo e il fondamento dell'esistenza e della sopravvivenza della società umana.
Gli altri Maestri tuttavia, molto realisticamente, affermavano che è pericoloso prendere la terra e la materia come punto di partenza. Non tutti gli uomini hanno la forza morale e la capacità di Hillel: non tutti conoscono il segreto per giungere al cielo, allo spirito, partendo dalla terra, dalla materia; non tutti sono in grado di inserire sapientemente lo spirito nella materia già creata e sviluppata. Essi perciò chiariscono il loro pensiero e il loro insegnamento con l'affermazione: “Il cielo e la terra sono stati creati contemporaneamente”.
In questa affermazione essi riassumevano nel modo più conciso le opinioni delle due Scuole, concludendo la discussione con un insegnamento pratico, comprensibile e attuabile per tutti.
E da questa affermazione dobbiamo trarre l'insegnamento per il nostro comportamento di ogni giorno. Prima di accingersi a qualsiasi opera l'uomo deve quindi mantenere l'equilibrio tra le forze celesti e quelle terrene, tra le forze spirituali e quelle materiali. Deve vigilare affinché le une non si rafforzino a spese delle altre, in quanto il mondo si regge sul perfetto equilibrio fra di esse.
Il cielo senza la terra, lo spirito senza la materia, non hanno né la possibilità di esistere, né quella di sopravvivere perché, come rileva l'Heschel, il corpo senza anima è un involucro vuoto, ma lo spirito senza il corpo è uno spettro.
Non dobbiamo mai dimenticare che la Torà non è stata data agli angeli, agli esseri spirituali del cielo, ma agli uomini, agli esseri materiali della terra!
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