22/04/2018

Acharé Moth e Kedoshim

(Levitico 16,1 - 18,30) La Parashà sottolinea minuziosamente il modo in cui Aronne deve vestire e quali atti deve compiere al momento dei sacrifici. In particolare qui si parla dei sacrifici relativi al giorno di Kippur, che richiedono due capri perfettamente uguali, uno dei quali deve essere sacrificato all'Eterno per l'espiazione dei peccati del popolo, mentre l'altro deve essere abbandonato nel deserto, per Azazel. Viene ribadita la proibizione di cibarsi del sangue degli animali perché è la “loro vita”. Un grande rilievo è infine dato alle leggi che regolano i rapporti sessuali: assolutamente vietati quelli fra consanguinei e quelli contro natura, considerati abominevoli, e commettendo i quali gli altri popoli hanno contaminato la terra.
 
La Parashà ha inizio con un ordine che Dio impartisce a Mosè e che Mosè deve riferire al popolo. L'importanza di questo ordine, e non solo per quei tempi, è tale che è opportuno citarlo per intero per meglio comprendere come l'Eterno, con la promulgazione della Torà, perseguisse la sua opera di educazione morale, spirituale e religiosa del suo popolo.
Io sono il Signore vostro Dio!
Come si fa nella terra d'Egitto dove avete risieduto non farete, e come si fa nella terra di Canaan alla quale vi conduco non farete né seguirete le leggi di quei popoli. Ma invece eseguirete i Miei statuti e le Mie leggi seguendoli. Io sono il Signore!” (18,2-5).
In Egitto gli ebrei, pur non essendosi assimilati al popolo egiziano e pur avendo mantenuto la propria identità, inevitabilmente hanno risentito della cultura, della morale e delle usanze del luogo.
Ora si accingono a recarsi in Canaan, dove troveranno una popolazione dai riti idolatrici particolarmente feroci, dalla vita imperniata su una immoralità e una corruzione rimaste famose nella storia.
Ma se è vero che il popolo ha fede in Dio, è anche vero che Dio ha fede nel suo popolo.
Era tuttavia necessario invitare il popolo ad evitare il pericolo di lasciarsi sopraffare dai ricordi dell'Egitto, o di lasciarsi assimilare dagli usi cananei!
Il Midrash, basandosi sul versetto del Cantico dei Cantici “Come una rosa tra le spine, tale è la mia colomba tra le fanciulle!” (2,2), versetto che, secondo un'interpretazione allegorica, si riferisce al “patto nuziale” fra Dio e Israele, afferma: “La rosa fra le spine è la nazione di Israele in mezzo alle altre nazioni”.
E Rabbì Berachià rileva: “Il Signore benedetto ricorda ad Israele che durante la sua permanenza in Egitto era `una rosa fra le spine'; ora che sta per entrare in Canaan lo ammonisce e lo esorta a continuare ad essere ancora `una rosa fra le spine’”!
La ragione e lo scopo di questa esortazione era evidente e valida allora come è evidente e valida oggi.
È molto difficile vivere in un luogo senza essere influenzati dai costumi e dalle usanze di coloro che vi dimorano; e, purtroppo, è assai più facile essere contagiati dal male che beneficiare di quanto vi è di buono nella cultura che ci circonda.
Ma se i nostri antenati avessero seguito le usanze corrotte dei Cananei non avrebbero adempiuto al compito affidato alla stirpe di Abramo, e non sarebbero stati degni di essere realmente un “tesoro particolare” per l'Eterno!
E oggi che cosa siamo?
L'ambiente che ci circonda è inevitabilmente uno dei fattori principali nella formazione del nostro carattere, del nostro pensiero; il pericolo perciò di assumere a poco a poco il modo di comportarsi, di pensare, di agire del popolo in mezzo al quale viviamo, perdendo le nostre caratteristiche peculiari, è sempre in agguato.
Se vogliamo, però, essere degni del comando divino, abbiamo come dovere prioritario quello di mantenere intatta la nostra identità in ogni luogo, in ogni tempo.
D'altra parte quanto più manteniamo vivo il nostro patrimonio spirituale e culturale, tanto più potremo dare il nostro contributo al miglioramento e al progresso della società in mezzo a cui viviamo.
E tanto più alto è il livello culturale, civile, morale, del popolo in mezzo al quale viviamo, tanto maggiore sarà il nostro dovere di dare il nostro contributo per un suo continuo, ininterrotto progredire.
Ma come riuscire a trasmettere ad altri ciò che di meglio abbiamo, senza lasciarci assorbire dalla vita sociale, culturale, politica dei paesi in cui viviamo fino a perdere le nostre caratteristiche?
Perché, sia ben chiaro, estraniarci dal mondo esterno significherebbe sfuggire alle nostre responsabilità sia come ebrei, sia come cittadini del luogo in cui viviamo.
Avere una tale paura di perdere la nostra identità, da chiuderci in noi stessi, ciechi e sordi alla cultura degli altri, dimostrerebbe insicurezza e totale mancanza di fiducia nel valore eterno del nostro retaggio!
Causeremmo inoltre reazioni psicologiche negative nei giovani che correrebbero due rischi opposti e ambedue gravissimi: o divenire fanatici e integralisti, rifiutando in blocco la cultura degli altri e perdendo la possibilità di un confronto aperto. Oppure si verificherebbe un totale allontanamento dei giovani dalle tradizioni e dall'osservanza.
Il nostro dovere è quindi, ieri come oggi, oggi come domani, quello di rifiutare quanto di corrotto e di immorale vi è nella società, pur continuando a vivere “in mezzo” ad essa e ad esserne parte attiva.
Il popolo ebraico nella sua lunga storia, “disperso nei quattro angoli della terra”, diviso fra nazioni dalle più disparate tradizioni e usanze, ha saputo sempre resistere a ogni tipo di pressioni perché si assimilasse.
E, quando gli era concesso, ha dato il meglio di se stesso per il bene della collettività, sia degli ebrei, sia dei popoli che lo ospitavano.
Il segreto della forza e della sopravvivenza ebraica risiede in due fattori: nella cultura e nell'osservanza della tradizione.
 
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Esaminiamo ora gli argomenti trattati dalla Parashà e in particolare il rituale del solenne giorno dell'espiazione.
Leggiamo nella Torà: “Il settimo mese (cioè Tishrì considerando come primo mese dell'anno Nissan, il mese dell'uscita degli ebrei dalla schiavitù d'Egitto e la loro nascita come popolo libero), il decimo giorno del mese, digiunerete... poiché in quel giorno si farà l'espiazione per voi per purificarvi” (16,29-30).
Il giorno di Kippur fu consacrato e destinato all'espiazione dei peccati, perché, come afferma Rabbì Eliezer ha-gadol, in quel giorno Dio avrebbe perdonato il peccato del vitello d'oro.
E il testo continua: “E questa sarà per voi una legge eterna”. Come spiega il Midrash, il giorno di Kippur non verrà meno neppure dopo l'avvento dell'Era messianica, quando tutte le altre ricorrenze non avranno più ragione di essere celebrate (Yalkut, Proverbi 10).
Il fissare un giorno all'anno per l'espiazione e il perdono dei peccati ha un forte valore psicologico: permette all'ebreo di fermarsi a riflettere, a pentirsi, a ricominciare senza che il peso dei peccati divenga un fardello insostenibile.
E la Torà descrive minuziosamente non soltanto l'ordine e la gestualità da seguire nel compiere i sacrifici, ma persino l'abbigliamento che il Sommo Sacerdote doveva indossare in questo solenne giorno, quasi a sottolineare quanto la simbologia esteriore fosse parte integrante e segno concreto della spiritualità del pensiero e degli intenti.
In questa occasione, per compiere il servizio più sacro nel Santo dei Santi, il Sommo Sacerdote si spogliava dei suoi sontuosi abiti riccamente guarniti d'oro e di tessuti preziosi, e si vestiva nel modo più semplice, indossando abiti di lino bianco. Per confessare i suoi peccati, e quelli del suo popolo, si liberava perciò di ogni apparato, di ogni artificio, per implorare dimessamente il perdono divino.
Nel sacro recinto illuminato dalla “Shechinà”, dalla Maestà Divina, il Sommo Sacerdote doveva entrare da solo.
In questo momento così sacro egli era solo dinanzi a Dio.
Nel giorno di Kippur ogni uomo è solo dinanzi al tribunale celeste, chino sotto il peso delle proprie colpe, dei propri peccati; solo dinanzi alla propria coscienza a cui non può nascondere le proprie responsabilità perché, come rileva lo Hirsch: “Si potrebbe dire che non è da Dio, ma da se stesso che l'uomo attende il perdono. Ogni uomo possiede in modo totale, e in ogni istante della propria vita, la facoltà di scegliere se orientarsi verso la strada del bene o verso quella del male. L'intera libertà dell'uomo comporta la sua grandezza e la sua miseria; e dinanzi al Santuario noi ci presentiamo con tutti quegli elementi di questa libertà che ci rende la scelta così difficile, ma così nobile”.
Per ricordare il dovere del Sommo Sacerdote di indossare per Kippur degli abiti candidi e per rappresentare la purezza degli angeli che sono “vestiti di lino bianco” (Daniele 10,5), si usa indossare abiti bianchi nel giorno di Kippur.
Tra i precetti che caratterizzavano il rituale del giorno di Kippur spicca quello di prendere due capri perfettamente uguali. Insieme essi venivano presentati dinanzi al Sommo Sacerdote che sorteggiava quale dei due fosse da sacrificare sull'altare del Signore in segno di espiazione per i peccati del popolo di Israele, e quale invece, dopo avergli imposto le mani sul capo per trasmettergli tutti i peccati del popolo, dovesse essere inviato nel deserto per Azazel, da molti identificato come il Satàn.
Inviare il capro espiatorio dei peccati di Israele potrebbe essere considerata un'usanza in contrasto con ogni dettame della Torà che condanna ogni sacrificio che non sia compiuto al Dio unico.
Come risposta a questa obiezione, particolarmente istruttiva è l'interpretazione suggerita da Rabbì Eliezer: “Il capro viene inviato ad Azazel non come sacrificio, ma perché testimoni dinanzi a Dio a favore del popolo, e non come accusatore come di norma è suo compito”.
Nella concezione ebraica, comunque, il Satàn, con cui si vuole identificare Azazel, è un servo del Signore, non un Suo nemico; è colui che nel Tribunale celeste ricopre il ruolo, diciamo così, di Pubblico ministero; è colui che ha anche il compito di saggiare la forza di volontà di ogni essere umano e di presentare al Sommo Giudice le sue man- chevolezze, i suoi peccati, le sue colpe, come è chiaramente dimostrato in particolare nei primi due capitoli del libro di Giobbe.
D'altronde non è da sottovalutare il valore psicologico di un capro che, carico dei peccati di Israele, si allontana verso “il deserto”, luogo anonimo e disabitato, simbolo del nulla e quindi dell'annullamento, dove non può contaminare altri popoli, e che lascia Israele puro e mondo da ogni peccato, pronto a riprendere con rinnovato vigore il suo cammino.
 
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L'ultima parte della Parashà, che riguarda la morale sessuale, è di capitale importanza ancora oggi; anzi, oggi più che mai.
Vengono proibiti in particolare le unioni fra consanguinei e gli accoppiamenti contro natura.
Non dimentichiamo che in Egitto i matrimoni fra fratelli e sorelle, soprattutto nella casa reale, erano d'uso comune; che l'incesto era prassi in ogni luogo, e a Roma era ammesso fino al tardo Medio Evo; che le unioni con la madre, le sorelle e le figlie, erano consacrate dalle tradizioni religiose persiane.
E si tratta di popoli considerati all'avanguardia della civiltà dell'epoca!
La Torà che considerava abominevoli tali unioni, dava così al mondo una nuova visione morale e faceva rientrare la morale sessuale nella sacralità della vita, dandole un carattere di purità che, non negandole l'importanza e il ruolo sia nella vita quotidiana di ogni uomo, sia nella continuità dell'esistenza umana, rendeva il rapporto sessuale atto sacro ed accetto al Signore.
Viviamo oggi in un mondo in cui pare che certe verità acquisite attraverso lunghi anni di lenti, faticosi progressi, vengano nuovamente messe in discussione.
Si tende a fare apparire lecito ciò che il buon senso dice che lecito non è.
La creazione dell'uomo e della donna, a cui viene dato l'ordine di popolare il mondo, prevede un ben preciso ruolo per ognuno dei due.
Non vogliamo accanirci contro certe deviazioni che possono essere attribuite a tare psicologiche, a deformazioni dell'istinto naturale causate da errori di educazione ed essere quindi considerate, nella migliore delle ipotesi, malattie che sfuggono al controllo e alla volontà dell'individuo, ma che restano comunque e in ogni caso deviazioni dall'istinto naturale.
Ciò che invece troviamo assolutamente deplorevole è il permissivismo, l'occhio complice e condiscendente con cui certe deviazioni vengono accettate piuttosto che curate; e l'ostentazione di tali deviazioni che finisce col divenire esempio e invito a tutti coloro che, per loro fortuna, sono dotati di istinti sani e naturali.
Ancora oggi e ancora una volta la Torà rimane guida e insegnamento su un sano comportamento rispettoso del sacro che Dio ha instillato in noi.
 
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(Levitico 19,1 - 20,27) La Parashà di Kedoshim è un tale, straordinario condensato di leggi morali e civili che Dio impartisce al popolo di Israele per farne un popolo “santo”, “diverso” da tutti gli altri che si consiglia di leggerla e di meditarla, mettendo soprattutto a confronto le civiltà dell'epoca con la carica innovativa che essa contiene, e riflettendo su quanto la sua attualità sia ancor oggi indiscutibile.
 
La Parashà ha inizio con le parole: “Santi dovete essere perché Santo sono Io, il Signore vostro Dio”.
Questo ordine viene poi ripetuto nella parte centrale della Parashà: “Dovrete sforzarvi di essere santi e sarete santi perché Io sono il Signore vostro Dio” (20,7), ed è ribadito alla fine: “E Mi sarete santi, perché santo sono Io, il Signore, e vi ho distinti dagli altri popoli affinché apparteniate a Me” (20,26).
È evidente il significato e lo scopo sia di queste parole, sia della loro ripetizione; esse vogliono insegnare al popolo che tutti gli argomenti trattati nella Parashà, si ispirano a un principio di “Santità” (Kedushà in ebraico), che riguarda ogni aspetto della vita che per l'ebreo deve acquistare appunto carattere di Kedushà.
La frase “E vi ho distinti dagli altri popoli affinché apparteniate a Me”, significa infatti: “Vivete una vita accanto a Me!”.
È qui opportuno chiarire il punto di vista ebraico sul concetto di “Kedushà”.
Le parole “santo” e “santità”, comunemente usate per tradurre kadosh e kedushà, non ne rendono pienamente il senso.
Il termine kadosh deriva da una radice che significa “essere distinto”, “essere separato”, “essere differente”.
L'Eterno è distinto, è separato da tutto ciò che ha creato, sia perché ne è il Creatore, sia perché non ha alcuna qualità dei corpi.
A Israele è stato comandato di essere “separato”, “distinto” da tutti gli altri popoli, per avvicinarsi alla santità del Creatore.
Il che non significa che gli siano stati concessi privilegi, ma, al contrario, che esso è tenuto a comportarsi secondo regole più rigorose di quelle a cui deve attenersi il resto dell'umanità. È infatti compito del Sacerdote assumersi un maggior numero di doveri; e Israele, attraverso la sua condotta, deve esercitare le funzioni di Sacerdote dell'umanità per adempiere all'ordine divino: “Sarete per Me un reame di sacerdoti!”.
L'uomo è perfettibile perché Dio, il suo creatore, è perfetto; e la santità stessa del Creatore costituisce una garanzia alla possibilità per l'uomo di avvicinarsi alla santità. Ma solo di avvicinarsi, non di raggiungere la santità perfetta, perché essa è prerogativa unicamente di Dio. E i nostri Maestri, a questo proposito, non mancano di sottolineare che la natura della Kedushà divina è differente da quella degli uomini. Dio è santo in assoluto, mentre gli uomini, per la loro stessa essenza, non possono raggiungere che un grado relativo di santità.
Questo però non li esime dal dovere di tendere a questa Kedushà così come è stato loro chiesto.
Nel suo significato etico la Kedushà denota la sublime elevatezza della Maestà Divina in presenza della quale l'uomo si sente “polvere e cenere”, per usare le parole del patriarca Abramo (Gen. 18,27), ed è schiacciato da una sensazione di indegnità, come dice Isaia: “Perché io sono un uomo dalle labbra impure, e abito in mezzo a un popolo dalle labbra impure!” (6,5).
Inoltre la Kedushà esprime la completa estraneità di Dio da ogni cosa che renda l'uomo imperfetto, e la Sua ripugnanza verso tutto ciò che è impuro e ingiusto, così come afferma il profeta Chavakuk: “Tu sei di occhi troppo puri per tollerare il male, e non sopporti la vista dell'iniquità” (1,13).
E infine sta ad indicare la compiutezza delle qualità etiche di Dio e più che “bontà”, più che “purità”, più che “giustizia”; sottintende la completa fusione di tutte queste qualità nella loro unione ideale (cfr. Hertz, The Pentateuch and Haftorahs).
Per usare le parole del grande mistico italiano Ramchal (Rabbi Moshè Chaim Luzzatto): “La Kedushà consiste per l'uomo nel vivere in uno stato di vicinanza con Dio a un punto tale che qualsiasi azione egli compia, non venga mai a separarsi da Lui né ad allontanarsene”.
Le mitzwoth che accompagnano l'uomo in ogni pensiero e sentimento, in ogni parola e azione, santificano tutta la sua vita. Esse lo innalzano, lo sollevano da qualsiasi interesse egoistico e utilitaristico, per aiutarlo a raggiungere quella elevatezza spirituale che deve essere propria di chi è stato creato a immagine divina; esse traggono l'uomo fuori dall'angusta ristrettezza, dai limitati orizzonti delle necessità marteriali, e lo indirizzano verso gli ampi orizzonti dell'anima, dell'infinito, verso un'altezza senza limiti.
È certamente significativo che la Parashà che tratta della Kedushà si trovi proprio al centro del Pentateuco, e che il richiamo alla santificazione della nostra vita rappresenti il punto culminante di tutta la legislazione biblica.
L'ideale di santità fu assegnato al popolo di Israele prima ancora della promulgazione del Decalogo. Fin dalla sua costituzione in nazione sovrana sarebbe dovuta essere, come abbiamo ripetutamente ricordato, “un reame di Sacerdoti, una nazione consacrata”.
E il Munk ricorda che tutte le leggi emanate prima della Parashà di Kedoshim non sono che le tappe necessarie per accedere a questo ideale.
Dopo aver stabilito le condizioni preliminari della santità, il culto divino, l'alimentazione, la vita sessuale, la nostra Parashà proclama le condizioni della Kedushà nel campo della giustizia morale e sociale che è espressa e riassunta, secondo quanto affermato da Rabbì 'Aqivà, dal principio fondamentale della Torà “Ama il prossimo tuo come te stesso” (19,18), principio che è ribadito e completato dall'ordine impartito poco più avanti: “Il forestiero dimorante con voi deve essere per voi uguale ad un vostro indigeno, ed amerai per lui quel che ami per te, poiché (anche voi) siete stati forestieri nella terra d'Egitto” (19,34).
Il ricordo delle tue sofferenze, ci ammonisce la Torà, lungi dallo spingerti a procurare a tua volta sofferenze allo straniero che dimora presso di te, deve spingerti a comprenderlo e ad aiutarlo.
La nostra Parashà dedica una particolare attenzione al divieto delle arti magiche, della superstizione, dell'astrologia attraverso la quale si pretendeva, tra l'altro, di poter prevedere quali giorni fossero fausti e quali infausti. Ed è interessante che alla proibizione della magia, considerata giustamente un aspetto, una conseguenza dell'idolatria, segua il comando: “E osserverete i Miei sabati”.
E così lo Hirsch spiega questo accostamento: “È come se il Signore ci dicesse: “È tra le Mie mani che si trova la benedizione per le vostre azioni. Non abbiate paura né dei sortilegi, né degli artifici magici che pretendono di portarvi fortuna o disgrazia, ma inchinatevi dinanzi al mio Santuario, poiché esso solo rappresenta la sorgente di vita e di benedizione”.
Ed oggi che il Tempio è stato distrutto, l'osservanza del sabato è un elemento fondamentale che riunisce idealmente il popolo ebraico disperso nei quattro angoli della terra intorno a un Santuario costituito da una fede e da un modo di vivere.
Un vasto spazio è inoltre riservato alla sodomia, alla proibizione di mescolare fra di loro sementi di origine diversa e a quella di mescolare lana e lino.
La Torà proibisce anche, sempre in base al medesimo principio, le mescolanze e gli incroci ibridi nel mondo degli animali e delle piante.
Questi ordini parrebbero sottintendere una cura particolare nel preservare la natura e mantenerla al suo stato originale, secondo gli intendimenti del Creatore; da evitare quindi ogni mescolanza che possa pervertire questo ordine.
E così anche il tentativo di creare nuovi prodotti, nuove specie, potrebbe costituire un'offesa all'ordine che Dio ha dato al mondo.
Il che, è superfluo ricordarlo, non vuol dire che l'uomo deve rinunciare ad usare il proprio intelletto, donatogli dall'Eterno al momento della sua creazione ad “immagine divina”, per il continuo progresso della conoscenza scientifica e per la sua applicazione tesa al miglioramento dell'umanità. È piuttosto un monito ad un uso indiscriminato e non attentamente valutato del progresso della scienza.
I nostri Maestri, sin dai tempi più antichi, sono sempre stati consapevoli che molte regole comandate dalla Torà sono incomprensibili alla ragione umana; molti precetti, osserva il Maimonide, sono d'altronde accettati perché più che al nostro “logico” modo di pensare sono conformi alla nostra natura, alle nostre abitudini, alla nostra volontà. Ma numerosi sono quei precetti che l'uomo, con la sua limitata comprensione, è talvolta portato a considerare antiquati se non addirittura assurdi: sono quei precetti che devono essere osservati in quanto “decreti” emanati dalla saggezza della “suprema autorità”, dalla “Santità divina”; e se è “santa” la fonte di questi precetti, ne deriva che la loro accettazione è un mezzo per tendere alla “Santità”, come era già stato chiaramente affermato nella Parashà di “Sheminì”: “... E vi sforzerete di essere santi e sarete santi, perché santo sono Io, e non renderete impure le vostre persone per causa di tutto il brulicame che striscia sulla terra; perché Io sono il Signore che vi ho fatti salire dalla terra d'Egitto per esservi Dio, e voi sarete santi perché santo sono Io” (11,44-45).
Ma forse nella proibizione impartitaci c'è qualcosa di più: noi sappiamo oggi che le interferenze nel corso normale della natura possono procurare conseguenze inimmaginabili; talvolta mostruose o catastrofiche.
Un esempio di scottante attualità ci viene suggerito dalla cosiddetta “mucca pazza”. Ora, secondo un'ipotesi delle autorità scientifiche, questa malattia è stata causata dal fatto che alla mucca, animale erbivoro, è stato somministrato un mangime in polvere mescolato con derivati a base di prodotti animali. Questa situazione, causa di gravi conseguenze, ci offre ampio motivo di riflessione e ci impone il pressante interrogativo se nelle proibizioni della Torà non ci sia molto di più di quanto appaia a prima vista.
Torniamo ora alla morale sessuale: la Torà, vietando l'adulterio e le unioni incestuose e contro natura, sottolinea l'importanza dell'unione dell'uomo e della donna e consacra il vincolo del matrimonio.
Il matrimonio non è qualcosa di esclusivamente convenzionale, ma costituisce la base per la formazione del popolo, il fondamento su cui poggia la società: deve pertanto essere salvaguardato in ogni modo e deve costituire il primo gradino per l'ascesa verso la santità di Dio.
La motivazione di tutti i precetti comandati in questa Parashà ai figli d'Israele, precetti che in gran parte terminano con la frase “Io sono il Signore vostro Dio”, è riassunta nelle parole: “E Mi sarete santi, perché santo sono Io, il Signore, e vi ho distinti dagli altri popoli affinché apparteniate a Me”.
E lo Hirsch commenta: “La Torà ci fa così prendere coscienza del fatto che se noi ci siamo elevati al livello di una vita santificata, non abbiamo fatto che attuare la vocazione per la quale Dio ci ha dotati di una completa libertà morale, mentre tutti gli altri elementi della creazione, gli animali, le piante, non possono derogare dalla strada che è stata loro tracciata”.
E non a caso, nel capitolo venti della nostra Parashà, il primo rigoroso divieto rivolto al popolo è: “Chiunque dei figli d'Israele e dei forestieri dimoranti in Israele offra qualcuno della sua discendenza a Molok sarà fatto morire: il popolo del paese lo lapiderà. E anch'Io rivolgerò la mia faccia contro quell'uomo...” (20,2-3).
Presso gli adoratori di Molok vigeva l'uso di sacrificare i bambini come offerta alla loro divinità. Un'usanza inumana, feroce ed evidentemente inaccettabile dalla morale che Dio aveva comandato.
Bisognava estirpare dal popolo gli immorali usi pagani, e bisognava farlo subito in modo totale e definitivo secondo le Leggi di Dio, non lasciando alcuno spazio all'immoralità diffusa, se si voleva che la nuova società “santa” si formasse secondo le leggi divine.
Una nuova società che deve affermarsi, che non ha ancora radici e che deve consolidarsi, non può contare ancora quindi su una base forte e stabile che sostenga il peso delle deviazioni; l'esempio, in una tale società, è di indiscutibile importanza. È perciò il popolo, tutto il popolo compatto, che deve prendere posizione contro i peccatori per dar forza all'impegno. Perché dai peccatori Dio “distoglierà il Suo volto”.
Ci si illude oggi che il dio Molok non esista più, che certe barbare usanze appartengano al passato e che nel mondo civile in cui noi viviamo i bambini siano amati e protetti, che non vengano più gettati nelle fornaci a bruciare nel nome di una qualsiasi divinità.
Purtroppo non è così: il dio Molok non è morto, e il sacrificio dei bambini non si è esaurito. Abbiamo letto, abbiamo ascoltato i raccapriccianti racconti di traffico di bambini: bambini “consacrati” al vizio e alla depravazione, “immolati” sull'altare del piacere e dell'immoralità.
Dobbiamo allora meravigliarci della condanna di Dio che con estrema severità ordina “Il popolo del paese lo lapiderà”?
Nel caso dell'idolatria del dio Molok non vengono chiamati in causa i normali tribunali: ma tutto il popolo viene coinvolto nella riprovazione e nella punizione. Il danno provocato dai seguaci di questa feroce divinità, riguarda infatti tutto il tessuto della società, quindi tutto il popolo direttamente, “perché,” spiega il Signore “ha offerto della sua discendenza a Molok sì da contaminare il Mio Santuario e profanare il Mio santo nome”.
È tutta l'immagine divina impressa in ogni essere umano che con il vizio viene profanata e contaminata dal culto del Molok. Ed è tutto il popolo che è chiamato a ristabilire la santità della società togliendo il male di mezzo ad essa.
Comprendiamo quindi perché proprio all'inizio della Parashà Dio ordina a Mosè: “Parla a tutta la collettività dei figli di Israele”. Perché tutti i figli di Israele sono responsabili l'uno dell'altro e, di conseguenza, della società in cui vivono. Ed essi, tutti insieme, devono fare in modo che essa non venga contaminata e profanata perché non si arrivi alla contaminazione e alla profanazione di tutti i suoi abitanti.
L'ebraismo insegna: “Dio non vuole la morte del peccatore, ma l'eliminazione del `male'”.
Nella lettura simbolica l'immagine dell'intero popolo di Israele che si erge a giudice e lapida il “male” che è in mezzo a lui perché il “volto” di Dio non si volga altrove ma torni a splendere benedicente sull'umanità è un'immagine potente.
Ed è un insegnamento illuminante in ogni tempo. Quando il “male” è troppo grande e minaccia la santità della società, ognuno di noi deve assumersi la responsabilità di “scagliare una pietra” contro i trasgressori che cercano di far piombare la società nel caos e nell'immoralità; come afferma l'Onkelos: “È il popolo nel suo insieme che viene chiamato a vendicare l'onore del Signore”.
Ma il richiamo alla responsabilità comune, la partecipazione dell'intero popolo al ristabilimento della “Santità”, non soltanto dimostra unità di intenti, interesse comune al bene pubblico, ma avrà anche il benefico effetto di impedire azioni disperate dettate dal rancore, dalla rabbia e dalla disperazione del singolo, dall'impulsività di un momento di crisi; e potrà forse spingere, alla fine, a cercare sistemi alternativi per il ristabilimento del “bene” e della santità, e rimedi diversi per l'eliminazione del male.
Nell'ebraismo la religione non si esaurisce né con l'osservanza dei precetti morali e sociali, né con l'osservanza delle pratiche rituali: questi appaiono, nel contesto biblico, come il coronamento di una vasta struttura le cui fondamenta sono costituite dall'insieme delle leggi rituali contenute nei capitoli precedenti. Arrivati al culmine di questa struttura, la Parashà di Kedoshim appare come un faro di luce che diffonde i raggi dell'ideale di santità su tutta l'esistenza umana.
I precetti in essa ordinati devono quindi essere insegnati a tutta la collettività radunata assieme. Come spiega il Rashì: “Ciò doveva essere fatto perché la maggior parte delle leggi fondamentali della Torà dipendono dai precetti comandati in questa Parashà”.
A differenza di molte altre mizwoth, il postulato della Kedushà riguarda tutti gli strati della popolazione: ognuno è chiamato a realizzare il grande compito nella misura delle proprie capacità e dei propri mezzi. La presenza di “tutta la collettività dei figli di Israele” indica d'altra parte che la meta finale della Kedushà può essere realizzata compiutamente soltanto per mezzo dello sforzo collettivo.
Ecco perché la Torà, quando richiede uno sforzo per l'attuazione della Kedushà, usa sempre il plurale.
Ciò costituisce un pressante appello a ogni comunità ebraica, in ogni tempo, in ogni luogo.
Ed è il medesimo appello che Dio rivolse ai nostri padri, ma che oggi sentiamo particolarmente pressante e attuale per tutto il popolo, sia esso in Israele, sia nella diaspora.
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