20/01/2019

Jitrò

(Esodo 18,1 - 20,26) La parte predominante della Parashà di Jitrò è costituita dalla Promulgazione del Decalogo sul monte Sinai.
 
Il termine usato in ebraico per quelli che comunemente vengono chiamati “I dieci Comandamenti”, è “'Assereth ha-dibberoth”, “Le dieci parole”, “Le dieci espressioni”, le parole con cui l'Eterno diede a tutta l'umanità, attraverso Israele, la guida che avrebbe illuminato la sua strada.
Come è stato ripetutamente rilevato, nel Decalogo troviamo enunciati i più alti precetti della Torà, di importanza fondamentale sia per una nuova, rivoluzionaria impostazione del vivere civile, sia per il modo imponente con il quale furono rivelati all'intera nazione: “Il terzo giorno, come fu mattino, cominciarono dei tuoni e dei lampi, apparve una folta nuvola sul monte e si udì un forte suono di tromba: e tutto il popolo che era nel campo tremò... Ora il monte Sinai era tutto fumante perché l'Eterno vi era disceso in mezzo al fuoco; e tutto il monte tremava forte. Il suono della tromba si andava facendo sempre più forte...” (19,16-19).
E fra i tuoni, i lampi, il suono dello Shofar e le fiamme di fuoco che avvolgevano la montagna fumante, una Voce solenne pronunciò quelle parole che da quel momento fino ai giorni nostri sono state la guida del comportamento per il genere umano.
Possiamo affermare che quella rivelazione fu il più notevole avvenimento nella storia dell'Umanità; fu il momento in cui nacque la “religione dello spirito” che era destinata nel tempo ad illuminare le anime, a dare un ordine alla vita di tutti gli esseri umani.
Il Decalogo, fondamento di tutte le religioni monoteistiche, è un sublime compendio dei doveri basilari che impegnano tutto il genere umano; un compendio rimasto ineguagliato per la concisione, per l'esposizione, per la vastità dei concetti, per la solennità del momento in cui vennero pronunciati.
Il Decalogo, ci insegna la Torà, fu consegnato a Mosè in due Tavole, le “Tavole del Patto”, o “Tavole della Testimonianza”, come sono designate nel testo biblico.
Nelle due Tavole, le “'Assereth ha-dibberoth”, qui riportate nei punti essenziali, secondo la tradizione ebraica sono suddivise nell'ordine seguente:
Prima Tavola:
 
1) Io sono il Signore Dio tuo che ti trasse dal paese d'Egitto, dalla casa di schiavitù.
2) Non avrai altri dèi all'infuori di Me.
3) Non pronunciare il nome del Dio tuo invano.
4) Ricordati del giorno del sabato per santificarlo.
5) Onora tuo padre e tua madre.
 
Seconda Tavola:
 
6) Non uccidere.
7) Non commettere adulterio.
8) Non rubare.
9) Non testimoniare il falso riguardo al tuo prossimo.
10) Non desiderare la donna del tuo prossimo; non desiderare tutto ciò che appartiene al tuo prossimo.
 
Si noterà che, secondo questa suddivisione, nella prima Tavola sono elencati i Comandamenti che riguardano i doveri dell'uomo verso l'Eterno; nella seconda Tavola, invece, quelli che riguardano il suo comportamento verso il prossimo.
Il principio fondamentale dei Comandamenti della prima Tavola è quindi l'amore per l'Eterno: quell'amore che nello Shemà', la solenne dichiarazione di fede dell'Ebraismo, è espresso nella frase: “E amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutte le tue facoltà” (Deut. 6,5).
Il principio su cui si fondano i Comandamenti contenuti nella seconda Tavola è l'amore per il prossimo; principio sintetizzato con insuperabile chiarezza e concisione nel verso del Levitico (19,18): “E amerai il prossimo tuo come te stesso”, o, con una traduzione più fedele al testo ebraico: “Desidera per il tuo prossimo quello che desideri per te stesso”, o ancora: “Agisci per il bene del tuo prossimo come agiresti per il tuo stesso bene”.
Nelle due “Tavole del Patto” viene perciò messo in risalto che l'amore verso Dio e quello verso il prossimo sono due sentimenti che si completano a vicenda, come ricorda il Lattes citando quanto ha affermato Rabbì Avraham Yeoshua di Apta, grande maestro del Chassidismo dell'inizio del secolo scorso: “Le frasi `Ama l'Eterno tuo Dio' e `Ama il prossimo tuo', costituiscono senza dubbio due Comandamenti. In realtà, però, l'amore di Dio e l'amore degli uomini sono una cosa sola. Compito dello `tzaddik', del giusto, è appunto di fare effettivamente dell'amore di Dio e dell'amore degli uomini una cosa sola”.
Può lasciare perplessi il fatto che il Comandamento “Onora tuo padre e tua madre”, sia inserito nella prima Tavola benché a prima vista sembri un comando che riguarda esclusivamente i rapporti fra l'uomo e il suo prossimo; in realtà esso costituisce il collegamento tra il primo e il secondo gruppo di Comandamenti. I genitori sono infatti i creatori materiali dell'uomo, ma l'anima è divina; i genitori sono quindi i collaboratori dell'Eterno nella creazione di un nuovo essere: concetto espresso in modo chiaro nel Talmud: “Tre sono i collaboratori nella creazione dell'uomo: il Signore Benedetto, il padre e la madre. Perciò, quando un uomo onora e rispetta il padre e la madre, il Signore Benedetto dice: `Io lo considero degno di ricompensa come se avesse rispettato Me stesso!'“ (Talmud Babilonese, Kiddushin 30b).
L'osservanza del precetto “Onora tuo padre e tua madre” costituisce, in effetti, il punto di partenza per la preparazione e la comprensione del rispetto e del timore di Dio; sono i genitori che insegnano ai giovani a conoscere Dio; costituiscono così il primo anello della catena della tradizione, fondamento non solo della vita religiosa ma, nel suo significato più ampio, anche della vita della società.
Se si analizzano i precetti delle due Tavole secondo la loro collocazione, si troverà un significativo parallelismo fra tutti i precetti collocati al medesimo livello.
In particolare metteremo in rilievo il primo e l'ultimo precetto delle due Tavole: “Non uccidere” è parallelo a “Io sono il Signore tuo Dio”; chi uccide commette un gravissimo peccato verso il Signore che ha creato il “tuo prossimo” come ha creato “te”, a Sua immagine e somiglianza.
Come pure “Non desiderare la donna del tuo prossimo” in parallelo a “Onora tuo padre e tua madre” sottolinea l'importanza della santità della famiglia in ogni suo aspetto.
Soffermiamoci sui primi quattro comandamenti.
Io sono il Signore tuo Dio”. Queste parole ordinano la conoscenza di Dio e si rivolgono quindi alla fede, allo spirito.
Anche il secondo Comandamento, “Non avrai altri dei all'infuori di Me”, rifiutando qualsiasi falsa credenza, riguarda la fede; e anch'esso si rivolge allo spirito dell'uomo, al suo sentimento.
I primi due Comandamenti riguardano, quindi, la concezione religiosa, ed esprimendo il medesimo principio, prima in forma affermativa e poi in forma negativa, si completano a vicenda. Essi costituiscono il modello di tutti i precetti che richiamano perentoriamente l'uomo all'amore di Dio, al timore di Dio, al riconoscimento dell'unità di Dio.
Il terzo Comandamento, “Non pronunciare il nome del Signore tuo Dio invano”, ci esorta non soltanto a non pronunciare con leggerezza, senza ragione, il nome dell'Eterno, ma anche ad evitare interpretazioni errate, blasfeme nell'uso del nome di Dio. Come sempre i nostri Maestri, partendo dal concetto semplice e basilare espresso dalla Torà, lo hanno poi allargato per renderlo eticamente sempre più valido aiuto ad una vita migliore.
Ne deriva che le dichiarazioni di “guerra santa” con relativi massacri, che le stragi compiute in nome di Dio divengono parole blasfeme! Come pure la “conversione forzata” dietro minaccia di morte e di torture!
Non è questo che Dio richiede da noi!
Il “non pronunciare il nome di Dio invano” ci invita a una approfondita riflessione sull'uso che siamo tenuti a fare della parola, dono prezioso che il Signore Benedetto ci ha concesso. Non soltanto dobbiamo usare la parola per esprimere concetti che siano di lode al Signore, ma dobbiamo usarla per educare al bene, per stimolare noi stessi e il prossimo ad agire per il bene, per il progresso dell'umanità, in special modo quello morale e spirituale.
Quanto danno è stato causato dalla parola usata per insegnare la prepotenza, la superiorità di razza, l'importanza della ricchezza, della conquista territoriale!
Il quarto comandamento, “Ricordati del giorno del sabato per santificarlo”, a prima vista sembra rivolgersi soltanto all'intelletto, al pensiero dell'uomo. Ma la frase che segue immediatamente, “non farai in esso alcuna opera, perché in sei giorni l'Eterno fece il cielo e la terra e il settimo si riposò”, sottolinea il dovere che incombe su di noi di astenerci in questo giorno da ogni opera creativa per dedicarci a Dio non distratti da qualsiasi preoccupazione materiale.
Esso costituisce il modello di tutti i precetti con l'osservanza dei quali, adempiendo al nostro dovere verso il Signore, santifichiamo la nostra vita; precetti che si osservano sia eseguendo alcune azioni sia astenendosi da altre.
In altre parole i primi due Comandamenti riguardano il pensiero dell'uomo, il terzo la parola, il quarto l'azione.
Il quinto Comandamento, come abbiamo già notato, costituisce il passaggio dalla prima alla seconda Tavola.
Molto istruttivo è l'ordine con il quale i Comandamenti sono stati elencati nella seconda “Tavola del Patto”.
A differenza della prima Tavola, nella seconda troviamo all'inizio quelli che sottolineano l'importanza dell'azione concreta, vietando quelle azioni che danneggiando materialmente il prossimo privandolo di ciò che gli appartiene: “Non uccidere; non rubare” o moralmente: “Non commettere adulterio”, non possono che minare le fondamenta della società umana.
Segue il Comandamento che riguarda la favella: “Non pronunciare falsa testimonianza contro il tuo prossimo”.
Soltanto alla fine, dopo i Comandamenti che riguardano l'azione e la favella, troviamo il Comandamento che si riferisce al pensiero: “Non desiderare la donna del tuo prossimo; non desiderare tutto ciò che appartiene al tuo prossimo”.
Si può avanzare l'ipotesi che l'Eterno abbia voluto richiamare la nostra attenzione sul fatto che, per quanto riguarda il nostro comportamento verso di Lui, il punto di partenza non può essere che la fede, il pensiero. Affermato questo principio fondamentale, indiscutibile, ci ammonisce che le nostre azioni verso il prossimo devono essere improntate alla giustizia e alla comprensione reciproca, tese a stabilire rapporti concreti di armonia e di concordia.
La Torà non si limita quindi ad emanare disposizioni che ci guidino nel comportamento a cui dobbiamo attenerci nei riguardi del prossimo, non si limita a imporci di non compiere alcuna azione indegna che possa colpire i nostri simili nella vita, nella famiglia, nella proprietà; la Torà esige che vi sia reciproco rispetto anche nel sentimento e nel pensiero.
È molto importante a questo proposito il fatto che il Decalogo si concluda proprio con il Comandamento “Non desiderare tutto ciò che appartiene al tuo prossimo!”. Si potrebbe obiettare: che danno può arrecare al prossimo il riconoscere che possiede una cosa bella, pregevole, desiderabile? Ebbene la Torà ci mette in guardia contro il rancore, contro la smania di possesso ad ogni costo e a qualsiasi prezzo, contro l'invidia verso chi ha quel che noi non possiamo permetterci: sentimenti che denotano un animo non integro in colui che li prova.
In quest'ultimo Comandamento, non meno che nel primo, si rivela la straordinaria rivoluzione operata con la promulgazione del Decalogo. Il primo Comandamento, che esige la conoscenza di un Dio unico, creatore di ogni essere, trova la sua logica conclusione nell'ultimo che ci ammonisce a rispettare il prossimo che è stato creato per volontà dell'Eterno, a Sua immagine e somiglianza!
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