24/03/2019

Sheminì

(Levitico 9,1 - 11,47) Aronne, dopo i sette giorni di consacrazione, benedice il popolo, e la gloria del Signore appare in una grande luce sul Santuario. Ma i figli di Aronne, Nadav e Avihù, appena consacrati, presentano sull'altare un incensiere con un `fuoco diverso' da quello che era stato loro comandato. L'errore viene punito dal Signore con la morte. La Parashà termina con una dettagliata descrizione degli animali permessi e di quelli proibiti nell'alimentazione ebraica.
 
Nella Parashà precedente ci siamo soffermati lungamente sull'importanza della minuziosa osservanza di un certo tipo di gestualità, e sulla meticolosità nell'attenersi a determinate regole da parte dei Sacerdoti nell'adempimento della loro funzione.
E quasi a riprova dell'importanza che ha l'osservanza di tali regole, ad Aronne, ai figli e a tutto il popolo che si erano purificati ed erano in stato di santità, Dio appare in tutta la Sua Maestà.
La Torà lascia alla nostra immaginazione valutare l'impatto emotivo e psicologico di questa manifestazione della Maestà Divina nei figli d'Israele che dalla vista della splendente luce di Dio hanno certamente tratto nuova fede, nuove energie, una nuova spinta ad adeguarsi alla volontà divina.
Rimaniamo perciò sbigottiti per il fatto che, immediatamente dopo la descrizione di questo evento così esaltante ci venga riferito un episodio doloroso e sconcertante di cui furono protagonisti proprio due dei figli di Aronne, Nadav e Avihù, appena consacrati e ancora illuminati dalla luce di Dio apparsa loro.
Leggiamo: “(Nadav e Avihù) presero ciascuno il suo turibolo... e offrirono dinanzi al Signore un fuoco estraneo; il che Egli non aveva loro ordinato di presentare. E un fuoco uscì dalla presenza del Signore e li divorò. E morirono davanti all'Eterno” (10,1-2).
Raramente nella Torà troviamo una punizione così grave e, per la logica umana, apparentemente inadeguata alla colpa che poteva essere attribuita a una dimenticanza, a un banale errore o perfino a un eccesso di zelo e di buona volontà!
Una punizione, oltre tutto, che avrebbe potuto suscitare nel popolo non tanto il rispetto quanto il terrore per la divinità; e di conseguenza la rinuncia ad agire per il timore della reazione dell'Eterno!
È scritto: offrirono un “fuoco estraneo”, un fuoco non prescritto, perché estraneo alla elevata concezione della vita e della ritualità che il popolo si accingeva a seguire? La Torà non lo spiega.
Si può forse avanzare l'ipotesi che non la ragione per cui il fuoco estraneo fu offerto è importante, bensì l'atto in se stesso di trasgressione. I figli di Aronne avevano trasgredito ai “regolamenti”. Qualsiasi altro atto compiuto che non rientrasse in modo preciso nei “regolamenti” sarebbe stato ugualmente punito, di qualsiasi tipo di trasgressione si fosse trattato!
Il popolo è appena ai suoi inizi. La comprensione del compito da eseguire si sta appena delineando.
L'obbedienza e l'adeguamento alla nuova disciplina di vita sono fattori fondamentali per la crescita e lo sviluppo del popolo nella direzione indicata dall'Eterno: “Santi siate perché Santo sono io, il Signore vostro Dio!”.
E i Sacerdoti di Israele, come abbiamo ripetutamente ricordato, sono i “Sacerdoti di un popolo di Sacerdoti”. Un compito immane che, soprattutto in quel primo momento di formazione, è estremamente difficile e delicato e richiede attenzione, dedizione, e soprattutto adeguamento agli ordini divini, i soli che possono indicare ai Sacerdoti, al popolo, la giusta direzione da seguire. “Offrirono un fuoco estraneo”!
Il fuoco ha molto spesso, presso gli antichi, attinenza con il culto idolatrico in cui ogni sacrificio, anche quello umano, veniva bruciato col fuoco.
Potevano i Sacerdoti, i figli di Aronne, in un momento così delicato, permettersi deviazioni, iniziative personali, disattenzioni e confusioni nel modo di prestar culto al Dio unico?
E se loro, per primi, avessero deviato dal cammino indicato, che cosa avrebbe fatto il popolo che non aveva subìto l'impatto fortemente emotivo di sette giorni trascorsi nella Tenda della Radunanza, alla presenza di Dio, coperti di paramenti sacri, unti con l'olio dell'unzione, investiti dell'incarico di “ascoltare, agire e procedere” nella via del Signore?
Ed essi pagarono la loro trasgressione con la morte!
Eppure questa morte ci appare in contrasto con il profondo rispetto della vita inculcato da tutto l'insegnamento della Torà, con gli attributi di misericordia propri del Dio di Israele, giusto e misericordioso.
È opportuno rileggere il passo. È scritto: “E un fuoco uscì dalla presenza del Signore e li divorò: e morirono davanti al Signore” (10,2).
L'episodio offre vasto campo alla riflessione e ci induce ad azzardare, con la massima cautela, un'ipotesi.
La morte dei figli di Aronne fu una vera morte “materiale”, “fisica”, o piuttosto la “morte spirituale” di autorevoli personalità che avevano perso il diritto di “comparire davanti all'Eterno” nelle vesti sacerdotali?
L'Eterno più avanti ordina ai familiari di non fare alcuna manifestazione di lutto per la morte di Nadav e di Avihù: “Non vi stracciate le vesti”. Da ciò si è dedotto che si trattava di una morte reale. Ma, ci domandiamo, la perdita di un ruolo di eccezionale importanza quale quello del sacerdozio, e la perdita della fiducia del Signore che questo ruolo aveva loro affidato ed ora gli rifiuta allontanandoli dalla propria presenza, non può essere paragonata ad una morte morale di tale eccezionale gravità da essere ancora più grave di una morte fisica, e tale da giustificare un atto di lutto da parte dei familiari?
Se leggiamo attentamente il testo, e noi sappiamo che nella Torà nessuna parola è superflua ma ha sempre un suo preciso significato, troviamo scritto non semplicemente: “Ed essi morirono”, ma: “Ed essi morirono davanti al Signore”. Che potrebbe essere interpretato “Il Signore non li considerò più; li considerò come morti davanti ai suoi occhi”, li cancellò dalla propria presenza facendoli decadere dal ruolo di Sacerdoti.
È naturalmente un'ipotesi azzardata, che vuole tuttavia stimolarci a dedurre, dalla severissima punizione che colpì Nadav e Avihù, un ulteriore insegnamento morale.
 
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Leggendo il capitolo 11, dedicato a una dettagliata descrizione degli animali permessi e di quelli proibiti nell'alimentazione rituale ebraica, ci sembra di scendere ad argomenti molto terreni.
Qual è, ci si chiede inoltre, il nesso logico tra la prima e la seconda parte della Parashà?
Ma riflettiamo: la nascita dell'ebraismo segna l'inizio di una rivoluzione sociale di tale portata che non ha l'eguale né nei tempi che la precedettero, né in quelli che la seguirono.
Segna l'inizio di una nuova era sociale in cui l'amore per il prossimo, la giustizia sociale, l'istituzione di tribunali giusti, ma temperati dalla misericordia, il rispetto per lo straniero impongono al popolo una serie di riflessioni, di considerazioni che lo inducano a una visione del mondo assolutamente innovativa, a una maturità intellettuale fuori del comune e dell'intelligenza dell'epoca.
Ma, contemporaneamente, obbliga il popolo di Israele a una stretta, minuziosa osservanza di gesti, di parole, di un modo di vivere che non ammette né deviazioni, né iniziative personali.
Un'autodisciplina, un autocontrollo e una tale sorveglianza sul proprio modo di essere e di comportarsi che parrebbero togliere all'ebreo ogni possibilità e ogni capacità di pensare e di decidere, limitandone il comportamento entro certi rigidi schemi che nessuno spazio lasciano alla libertà personale di scelta e di decisione.
Due indirizzi, quello della rivoluzione sociale e quello della minuziosa e intransigente limitazione di comportamento, che appaiono profondamente in contrasto fra di loro.
Rileggiamo ora ciò che la Torà ci dice riguardo a tre momenti della vita dell'umanità.
È scritto nella Genesi: “(Dio) formò l'uomo dalla polvere della terra, gli soffiò nelle narici un alito vitale, e l'uomo divenne un'anima vivente. E il Signore Dio, piantò un giardino in Eden, in oriente, e quivi pose l'uomo che aveva formato. E il Signore Dio fece spuntare dal suolo ogni sorta di alberi piacevoli a vedersi e il cui frutto era buono da mangiare; e l'albero della vita in mezzo al giardino, e l'albero della conoscenza del bene e del male...” (2,7-9).
E il Signore Dio diede all'uomo questo comandamento: `Mangia pure liberamente del frutto di ogni albero del giardino: ma del frutto dell'albero della conoscenza del bene e del male non ne mangiare...'“. (Gen. 2,16-17).
Il primo ordine dato da Dio all'uomo riguarda dunque l'alimentazione!
E quando Noè, l'unico nella sua generazione che “camminava con Dio...” e che era giusto agli occhi dell'Eterno, discese dall'Arca per riprendere la sua vita sulla terra, Dio concesse alla nuova umanità che avrebbe popolato il mondo il permesso di cibarsi della carne, con un solo divieto particolarmente significativo: “Non mangerete carne con la sua vita, cioè con il suo sangue” (Gen. 9,4).
Adamo aveva avuto solo il permesso di cibarsi di prodotti vegetali. Alla nuova umanità creata dopo il diluvio, la concessione di usare la carne come alimento è limitata dal divieto di cibarsi di sangue.
Per i figli d'Israele, infine, l'alimentazione, come leggiamo in questa Parashà, è regolata da norme molto minuziose.
È molto significativo che questi tre momenti, queste tre tappe di fondamentale importanza nella via percorsa dall'uomo: quello della sua creazione, quello in cui si accinge a dare origine a una nuova umanità dopo il diluvio che ha cancellato dalla terra ogni essere vivente, e quello in cui viene consegnata al popolo d'Israele la Torà, la guida divina, perché ne diffonda i princìpi morali e spirituali “fra tutte le nazioni della terra”, siano segnati da limitazioni riguardanti l'alimentazione!
L'uomo ha il dovere di mantenersi in vita e l'Eterno gli ha fornito tutto ciò che gli è necessario per la sua sopravvivenza. Contemporaneamente, però, gli chiede una piccola rinuncia, ben poca cosa in considerazione di tutto ciò che ha messo a sua disposizione!
L'Ebraismo non esige né la repressione né la soppressione degli istinti; se Dio lo ha creato con questi istinti, è perché essi sono indispensabili alla sopravvivenza dell'umanità. Ma l'uomo ha il dovere di riuscire a dominarli.
Ecco quindi la spiegazione logica, dal punto di vista del credente, anche delle regole alimentari.
La rigida osservanza delle norme rituali sull'alimentazione parrebbe, certo, porre un pericoloso limite alla libertà di pensiero e di azione di un popolo al quale è demandato il difficile ed impegnativo compito di “guidare” l'umanità sulla strada indicata dal Signore; e che invece in tal modo corre il rischio di divenire un succube seguace di regole che impediscono lo svilupparsi dell'intelligenza e del ragionamento.
Ma non è così. Perché se è vero che all'ebreo è richiesta una rigida disciplina di comportamento, gli viene contemporaneamente consegnato, accanto alla Torà scritta, una Torà “she-be'al pè”, una Legge orale che, come abbiamo già rilevato, di quella scritta è l'interpretazione e il complemento, e che egli deve continuamente discutere, aggiornare, applicare alla luce del progredire dell'umanità. E la discussione affinché l'applicazione delle leggi della Torà sia sempre valida, sia sempre moralmente ineccepibile, impegna i Maestri dell'ebraismo in tutti i tempi, li induce alla creazione di scuole in Israele e in Babilonia, e in seguito in ogni luogo in cui dimorarono, imponendo loro una continua discussione, un continuo confronto: perché ogni decisione deve essere convalidata dall'approvazione della maggioranza.
E la continua discussione impone un continuo sforzo intellettuale, una continua ricerca del modo migliore, il più eticamente valido, di applicare la Legge di Dio, e mantiene sempre viva l'attenzione dell'ebreo, sempre vigile la sua intelligenza, la sua capacità di riflettere e di ragionare.
L'ininterrotta osservanza delle leggi pratiche, accompagnata dalla continua discussione su tutte le leggi della Torà, e l'approfondimento della loro conoscenza, senza mai perdere di vista il modo di applicarle in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo ispirandosi ad esse per vivere sempre con Dio, costituiscono perciò i due aspetti fondamentali dell'ebraismo. E così, come afferma Hermann Cohen: “La legge divina abbraccia tutta la vita, con tutte le sue azioni, e dato che nessuna di queste azioni può essere tolta dall'unità della vita, così anche la Legge non può essere esclusa da alcuna di esse”.
L'ideale ebraico è, chiaramente, un'anima sana in un corpo sano.
Le regole prescritte in questa Parashà sono quindi mezzi tesi al raggiungimento di questa meta, ed hanno perciò uno scopo spirituale ed una validità eterna.
Dio portò Israele fuori dall'Egitto perché divenisse un “popolo consacrato”: un popolo distinto mediante riti esteriori che per la loro stessa applicazione aiutano a costituire la “Kedushà”, la “Santità”.
La consacrazione esteriore deve simbolicamente esprimere la santità interna. Il motivo supremo delle leggi alimentari, come si deduce chiaramente dagli ultimi versetti della Parashà, rimane la “Santità” intesa non come un'idea astratta, ma come principio regolatore della vita quotidiana di uomini, donne, bambini.
L'ebreo che osserva la “casheruth” è portato a riflettere sulla propria fedeltà religiosa e comunitaria in occasione di ogni pasto.
Le leggi alimentari, rileva giustamente il Maimonide, ci addestrano a padroneggiare i nostri appetiti, ci abituano a regolare i nostri desideri, a rifuggire dal concetto che il mangiare e il bere siano lo scopo ultimo dell'esistenza umana.
Inoltre i precetti alimentari si sono rivelati un fattore importantissimo nel preservare la collettività di Israele, e un mezzo per mantenere la propria identità. Sono precetti, infatti, che rendono sacra la casa e santa la mensa, e hanno evitato i pericoli di una totale assimilazione.
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