Era l’ottobre del 1943 quando Alberto Sed insieme alla madre Enrica e alle sorelle Angelica, Fatina ed Emma, venne preso a Roma e portato nel campo della morte di Birkenau, nel comprensorio di Auschwitz.

La madre Enrica e la piccola Emma, di nove anni, furono uccise nelle camere a gas il giorno stesso dell’arrivo perché la prima selezione le giudicò inabili al lavoro. La sorella Angelica fu sbranata dai cani, aizzati contro di lei dalle SS per un sadico divertimento.

L’altra sorella Fatina, sottoposta nel lager ai crudeli esperimenti del dottor Mengele, tornò a casa segnata da cicatrici profonde prima di morire senza essersi mai ripresa da quell’orrore.

Alberto è sopravvissuto e ora a distanza di oltre 65 anni da quegli eventi ha deciso di raccontare come è riuscito a resistere al lager e a ricostruirsi una vita. In seguito, infatti, si è sposato e ora ha tre figlie, sette nipoti e tre pronipoti.

A raccontare la storia di Alberto è stato Roberto Riccardi, ufficiale dei carabinieri, giornalista, direttore responsabile della rivista “Il Carabiniere”, con il libro intitolato “Sono stato un numero” in uscita il 15 gennaio per l’Editrice Giuntina (Firenze. Pagg. 168, €15).

Riccardi ha fatto notare a ZENIT che la casa editrice Giuntina è stata fondata da Daniel Vogelmann, il cui padre Schulim, è l’unico ebreo italiano finora trovato in una delle liste di Schindler.

Il libro narra la storia di Alberto Sed, che nel 1944 ad Auschwitz divenne A-5491. Solo un numero, in cambio di un’identità e un’umanità violate, fatte a pezzi, cancellate.

Alberto fu catturato in un magazzino in cui la famiglia si era nascosta. Dopo un breve periodo nel centro di raccolta di Fossoli, fu messo a forza su un treno piombato e condotto a Birkenau, il campo peggiore del comprensorio di Auschwitz.

La madre e la piccola Emma, di nove anni, furono uccise il giorno stesso dell’arrivo perché la prima selezione le giudicò inabili al lavoro e le destinò al gas. Gli altri superarono la prova, ma qualche mese più tardi Angelica fu sbranata dai cani, aizzati contro di lei dalle SS per un sadico divertimento.

Alberto, che oggi ha ottant’anni, è sopravvissuto a numerose selezioni, alle torture e agli stenti, alle “marce della morte” e al bombardamento del campo di Dora, dove era stato portato e dove fu infine liberato.

Nel lager dovette adattarsi a lavori faticosi e a mansioni terribili, come sistemare i bambini che arrivavano al campo sui carretti che li portavano al crematorio. A volte le SS ordinavano ai prigionieri di lanciare i bambini in aria, per fare il tiro a segno.

Per avere più cibo, Sed accettò di fare il pugile: per gli incontri, che avvenivano la domenica e che costituivano un momento di svago per gli aguzzini, riceveva in premio qualche buccia di patate o di mele.

Riccardi ha detto a ZENIT che “la vicenda umana di Sed ci interroga con forza sul ruolo della coscienza. L’orrore della Shoà è una prova che numerose persone affrontano con coraggio. Il libro ne parla diffusamente. Fra questi piccoli eroi, le suore di un Istituto di Trastevere, che salvano i bambini dell’orfanotrofio ebraico ‘Pitigliani’ dalle SS, nascondendoli”.

Nel libro si racconta anche di un sacerdote greco, deportato ad Auschwitz per aver soccorso alcuni partigiani, che una domenica si presentò nel cortile del lager in tonaca, volendo dire la Messa per quanti intendevano ascoltarla, e venne punito con un’esecuzione crudele: spinto a forza in una vasca d’acqua fino all’annegamento.

Un altro sacerdote, in una base americana in cui Alberto Sed si trovò dopo la liberazione, accolse il ragazzo in Chiesa e gli chiede di pregare per un rapido ritorno in patria.

Quando lui rispose di non poterlo fare, perché era di una religione differente, il sacerdote non si scompose e lo invitò a recitare lo Shemà, l’atto di fede ebraico. “Dio di questi tempi non si formalizza”, scherzò.
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