Chi è la vera tessitrice della trama del romanzo di Chaim Grade, La moglie del rabbino (Casa Editrice Giuntina, traduzione di A. L. Callow), lo si capisce sin dal titolo: è proprio lei, Perele, la moglie del rabbino, il punto di partenza dell’azione, il motore della storia, colei che fa accadere le cose più o meno a suo piacere.

Perele è la figlia di un famoso rabbino e deve sposare un uomo degno del suo rango. Quando sembra aver trovato lo sposo giusto, il brillante studioso Moshe Mordechai, viene abbandonata prima delle nozze. Dopo poco tempo sposa il rabbino di una piccola città, un uomo tranquillo, modesto, intelligente, Uri Zvi. Dal matrimonio nascono tre figli, due maschi e una femmina. Il tempo passa, Perele e Uri Zvi invecchiano e diventano nonni. La vita della rebetsin di Graypeve scorre in superficie calma, placida, tranquilla, eppure in profondità qualcosa non ha mai smesso di muoversi e di agitarsi: il rifiuto da parte di Moshe Mordechai. Sarà proprio questa, la fiamma della rabbia e del dolore alimentata per tutta la vita, a spingerla ad agire, a manipolare il marito, i figli, i concittadini, i rabbini, pur di ottenere la sua rivincita.

Perché Perele non è solo “la moglie del rabbino”, è molto di più. È una donna di potere, ma che questo potere non lo ostenta né lo mostra. È un potere tutto femminile, talvolta subdolo, insopportabile, e forse proprio per questo così efficace. Perele fa fare letteralmente tutto ciò che vuole al suo ingenuo eppure intelligentissimo marito Uri Zvi, un rabbino, un genio del Talmud, senza che lui quasi se ne accorga.

E fa fare anche al lettore tutto ciò che vuole: leggendo il romanzo di Chaim Grade si ha l’impressione che lo svolgersi degli eventi sia assolutamente naturale, ma con un po’ di attenzione ci si rende conto che in realtà tutto quello che sta accadendo è opera di Perele. Una vera magia, quasi un inganno, Perele è una prestigiatrice di altissimo livello. Il rabbino odia e ammira la sua intelligentissima moglie, e noi con lui.

«Sapeva che le parole da lei seminate nella testa del marito si stavano scaldando sotto la neve dei suoi bianchi capelli, e avrebbero portato i germogli che desiderava.»

Con la figura di Perele Grade crea un personaggio intrigante, potente, affascinante come da molto tempo non si vedeva nella letteratura yiddish. Grade eleva la moglie del rabbino dal semplice ruolo di “moglie del rabbino”, colei che supporta e accudisce il proprio marito e che porta i dolci ed il the caldo nella sala delle riunioni durante le accese discussioni tra gli studiosi del Talmud.

Ma che cosa muove Perele? Cosa la spinge a insistere per trasferirsi e andare a vivere nella città dei propri figli? Il fatto che Horodne sia una città più grande di Graypeve? L’ambizione? L’istinto materno?

È l’amore, motore subdolo, sotterraneo e implacabile. Un amore che è fatto di risentimento, rimorso e rimpianto, forse anche di cattiveria e gelosia, ma d’altronde Perele non è una donna romantica, o almeno non nell’accezione comune del termine. Il suo romanticismo e il suo amore sono disperati, freddi, calcolatori. È l’amore di chi non ha dimenticato un rifiuto, e che dopo anni, quando ormai la vita ha preso la sua piega definitiva, torna ad affrontare quell’amore con le nuove armi della stabilità, della famiglia, della maturità e della saggezza.

Ma nonostante Perele sia ormai una donna e una nonna, le ragioni del cuore ancora le sfuggono. Su di esse non ha potere, e le sue azioni, o meglio le azioni che fa compiere agli altri, talvolta le si ritorcono contro, causandole solo dolore.

«Dopo che la figlia se ne fu andata, Perele rimase distesa come un alberello abbattuto e rinsecchito. C’erano forse altre mogli più dedite al proprio marito di lei? aveva sempre trepidato per lui ancor più che per i figli. Lo sapeva molto bene, meglio un marito di paglia che figli d’oro. Era la sua corona sulla testa, la pupilla dei suoi occhi.»

La moglie del rabbino è un romanzo difficile da lasciare, scorrevole nonostante la presenza di innumerevoli termini yiddish (di grande aiuto, al fondo del libro, un glossario). L’immersione nel mondo ebraico è facile anche per chi non si è mai avvicinato alla cultura, ai modi, alle usanze di una religione diversa.

Chaim Grade riesce a coniugare l’aspetto storico, quello religioso e quello più prettamente umano, sentimentale, viscerale.

La moglie del rabbino non è un romanzo storico, né un romanzo freddo e asettico. Lo scopo non è quello di illustrare e istruire, ma di raccontare una storia, una storia che questa volta arriva da un altro punto di vista, quello femminile.

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