“La nonna dal lignaggio rabbinico aveva in sé abbastanza orgoglio e intelligenza per sapere quando doveva rispondere e quando neppure mostrare di avere sentito” 

 

Lei è Perele figlia di un autorevole rabbino, il suo promesso sposo, Moshe Mordechai la lascia per sposare un’altra donna, Perele allora sposa  il giovane Rabbi Uri Zvi, modesto nelle aspettative, corpulento dalle spalle larghe e grandi occhi innocenti.

 

I figli ormai grandi vivono altrove, e Perele dal forte carattere e soprattutto con una smodata  ambizione nonché abile manipolatrice, convince il marito a trasferirsi a Horodne per dare inizio alla sua  rivincita sull’ ex fidanzato, apprezzato rabbino che ha, nel frattempo, perso la sua unica figlia. Perele è una donna di potere, sa esattamente cosa vuole e quando vuole, riesce a imporsi con il debole marito, con i figli maschi, solo la figlia riesce a tenerle testa. Dallo sguardo fiero e attento i suoi occhi pungono  come aghi, nessuna commozione neanche di fronte alla tragedia dell’ex fidanzato.

 

Chaim Grade dipinge abilmente, un personaggio al limite dell’empatia, ostile eppure carico di potenza, non si può far a meno di apprezzare le sue doti di incantatrice, inarrestabile nel perseverare i suoi obiettivi. Perele indossa i panni di una perfetta rebetsin, dopo aver cresciuto i figli – che seguiranno la tradizione rabbinica- elabora la sua rivincita per tutto ciò le è stato negato, per ciò che le era dovuto.

 

Il romanzo propone una doppia visione tra due mondi ebraici, ideologicamente divisi sull’osservanza della Torà; si inseriscono così tra le pagine intrighi familiare e comunitari, permettendo così di avere un’opera dal taglio sferzante,scevra da qualunquismi romantici, partendo da radici profonde della cultura yiddish, senza tralasciare gli aspetti il significato intimo della trama.

 

Usi, costumi e tradizioni sono una cornice ben delineata che aiuta il lettore a calarsi nella cultura ebraica e le leggi della Torà, grazie agli innumerevoli termini tradotti nel glossario, si percepiscono le atmosfere e l’ambientazione e gli eventi, rendendo il tutto uno straordinario affresco della letteratura yiddish.

 

Scritto nel 1974, La moglie del rabbino, grazie alla pubblicazione, oggi, di Giuntina possiamo assaporare pagine di estrema bellezza, la cui protagonista ci conquista con la sua, se vogliamo, antipatia, ma talmente potente da renderla amabile.

 

“La rebetsin di Greypeve era ormai nonna, ma sulle guance la pelle era tesa, senza una ruga. Per la corporatura minuta e l’abbigliamento si sarebbe potuto paragonarla a una statuetta di porcellana, o a una figurina intagliata nel legno di un carillon…Era circonfusa da un’aura prodotta dal suo alto lignaggio e dal modo elegante di parlare.”

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