Lo “uadi” (sostantivo maschile invariabile) è un corso d’acqua a regime temporaneo, proprio dell’Africa settentrionale e dell’Arabia, con alveo sempre asciutto tranne che durante brevi periodi nella stagione delle piogge (dall’arabo “valle, letto di fiume”).
Un libro inusuale, a partire dal titolo, doverosamente da precisare, perché parte in causa di un romanzo entro cui, d’altronde, non viene mai chiarito.
Ecco quanto afferma Sami Michael, l’autore, in una recente intervista: «Sono nato e cresciuto in Iraq. La mia madrelingua è l’arabo. … io arrivai in Israele con in mano tutte le carte sbagliate: parlavo la lingua del nemico, portavo con me le tradizioni del nemico e perfino il suo colore; sono scuro, il mio aspetto fisico è arabo. … Mi sento metà ebreo e metà arabo, e questo per molti è un fattore inquietante. … Non pochi arabi vedono in me un nemico israeliano e molti ebrei mi considerano arabo».
Michael è, infatti, una sorta di spartiacque narrativo, lui stesso, prima ancora del suo romanzo e della sua, in apparenza fragile, protagonista, Huda. La giovane araba, abitante nello uadi, cristiana quasi praticante più per indole che per radici, ma di famiglia laica e circonfusa, in tutto e per tutto, da un’aura musulmana, è incompleta fintantoché non incontrerà l’identità mancante, un ebreo russo, che tenta di acclimatarsi là, nello uadi.
Lei, voce narrante (e pensante) dell’intero racconto, fin dalla prima pagina, osserva pronosticando: «Sono tanti anni che abitiamo nello uadi, ma non ho amici né amiche arabe. Cerco di essere più israeliana degli ebrei stessi». Ma, come nelle migliori tradizioni letterarie, il percorso che separa temporalmente i due universi, prima di farli legittimamente armonizzare in uno solo, eterogeneo e indefinibile, è irto di ostacoli e l’auspicato incontro, almeno in principio, pare lontanissimo.
L’intreccio etnico è complesso, se si assurge, come di dovere, a protagonista, in un certo senso, umanizzato unitamente all’ambiente, suo correlativo oggettivo.
Huda abitava (tutto il racconto, in prima persona, è al passato, più o meno remoto), con nonno paterno, mamma e sorella, in una casa di proprietà di un musulmano (con tanto di rosario!), il cui scapestrato figlio sarebbe stato padre del nascituro di Mary (sorella di Huda); dietro la casa in affitto, «c’era lo uadi, che era per lo più arabo, e davanti … la strada, che era per lo più ebraica. I venditori turchi di frutta e verdura del mercato lodavano i loro prodotti in ebraico, inveivano in arabo…». Huda lavorava (e, presumibilmente, lavorerà) in un’agenzia di viaggi, frequentata con circospezione da arabi (cristiani e musulmani) e, con altrettanta naturalezza, da clienti ebrei, rigorosamente differenziati proprio dalla timida presenza limbica della ragazza, cui solo i primi si rivolgevano, almeno inizialmente. Nella soffitta, sopra all’appartamento di Huda, andò ad abitare Alex, uno strano ebreo, trombettista (di qui, il titolo), di origine russa. Singolare anche nell’aspetto, questo Alex, tozzo, ma robusto, bassissimo («nano ebreo», azzarderà qualcuno), ma possente; il contrario esatto di Huda, esile e pacatamente gracile, nella forma come nella sostanza ‘diurna’, a sua volta, in opposizione, pur senza antagonismi, alla sfrontata sorella Mary («così tempestosa da sveglia e così calma nel sonno»). Ma, come spesso accade, le cose si ribaltano in fretta e la spregiudicatezza si tramuta in impotente sudditanza, così come la sognante inazione in risoluta iniziativa: Huda cambia, non solo metaforicamente, e i destini delle due sorelle si invertono, tanto che a Mary si affiancherà, quasi incestuosamente, un mediocre scherzo di natura («un ebreo ortodosso travestito da cristiano»), che è, appunto, anche suo parente oltre che ridimensionamento esiziale della sua vitalità. Quanto a Huda, se, dapprima, «un ramo si teneva a un palo e tremava nella corrente come se temesse di essere portato al mare», dopo qualche tempo, sei tu che, «con la tua sola esistenza, disturbi la corrente delle vite degli altri» e, forse, quanto più ne sei consapevole, tanto più ci prendi gusto. Questa tautologica, ma dinamica, corrispondenza (l’io che diventa sé) e il suo delinearsi per rappresentazioni, in questo caso, fluviali – lo uadi interiore non sarà più arido né infecondo – è, evidentemente, contrassegno proprio di una cultura medio-orientale (poco importa se araba o ebraica); del resto, tutto il romanzo è scandito dalla lettura dei versi di Yehuda Amichai, poeta di immagini israeliano, di origine tedesca, dalle indubbie facoltà profetiche.
Neppure i tentativi di esclusione linguistica per non farsi intendere, da ambo i lati (un esempio per tutti: «tirò fuori una serie di frasi in russo e al padre si rivolse anche in yiddish») né la morte a Beirut di un cugino di Huda («martire caduto per la Palestina») potranno boicottare un incontro improntato, per il suo stesso statuto di promiscuità («lui è ebreo e lei è araba. I rabbini non vorranno nemmeno guardarla e i preti non la benediranno mai»), su uno sforzo di reciproca comprensione (nell’accezione etimologica del termine). E il sentimento trionferà, come «in mezzo a uno di quei film egiziani sentimentali che trasmette la televisione». Proprio Come in un film egiziano, come recita il titolo del romanzo di Ron Barkai, altro affermato scrittore israeliano nonché studioso delle dinamiche relazionali fra musulmani, cristiani ed ebrei, rientrante anch’esso, come Sami Michael, nell’originale collana ‘Israeliana’ dell’Editrice La Giuntina di Firenze.