(Esodo 21,1 - 24,18) La Parashà tratta della struttura sociale che dovrà essere costruita e rispettata in futuro dal popolo. In forma succinta e organica vengono previste tutte quelle situazioni che un popolo prevalentemente di agricoltori e di allevatori dovrà affrontare e risolvere soprattutto quando prenderà possesso della propria terra: i rapporti con il prossimo, con gli “schiavi”, con gli stranieri, e alcune norme alimentari. Al popolo è richiesta soprattutto un'assoluta fedeltà al Dio unico, e quindi alle sue leggi, e un totale rigetto dell'idolatria. Ciò gli meriterà la benedizione dell'Eterno che lo farà prosperare, e lo aiuterà quando dovrà affrontare i nemici per entrare nella sua terra. Il popolo si impegna solennemente a eseguire gli ordini.
Si tratta di una Parashà estremamente interessante e densa di contenuti.
Una Parashà che, letta con gli occhi di gente abituata a una struttura sociale e a una legislazione frutto di secoli di civiltà, può lasciare a volte estremamente perplessi e sconcertati.
Il principio di “togliere il male” che alberga in mezzo al popolo, preoccupazione costante e più volte ripetuta, appare spesso di proporzioni macroscopiche, oggi difficilmente accettabili. Molti dei “delitti” previsti dalla Torà esigono pene drastiche, senza appello, definitive, apparentemente in contrasto con la misericordia divina, che le ha comandate.
Ed ecco il primo insegnamento che se ne trae: non si può giudicare un testo consegnato 3200 anni orsono con gli occhi di gente che vive nei nostri giorni.
Come giudicheranno coloro che vivranno nel 5200 dell'E.V. le nostre guerre, le nostre prigioni, le nostre leggi?
Si potrebbe obiettare che noi uomini siamo passibili di errori, di cambiamenti, di miglioramenti; ma che il discorso non è valido per l'Eterno, al di fuori e al di sopra del tempo!
Ma il Signore parlava a uomini che vivevano in quell'epoca, che comprendevano il linguaggio di quell'epoca, che non ne avrebbero compreso un altro troppo proiettato nel futuro, totalmente avulso dal loro contesto, senza riferimenti né termini di paragone con le situazioni dell'epoca!
Una predicazione totalmente estranea alla mentalità di quei tempi, avrebbe causato il fallimento del tentativo prima ancora che esso avesse inizio.
Si rivela qui la grandezza, l'importanza determinante che la “Legge orale” ha avuto sull'approccio allo studio e all'interpretazione della Torà, non monumento ancorato agli usi e alle abitudini di un'epoca, ma sempre dinamica, sempre proiettata verso un futuro che, sulla base dell'insegnamento di Dio che voleva il Suo popolo “popolo santo, reame di sacerdoti”, doveva essere, ed era, profondamente sensibile ai miglioramenti sociali, alle riforme che conducessero il popolo ebraico alla costruzione di una società sempre migliore.
Le parole scritte sono spesso pericolose, in quanto possono venire male interpretate, o interpretate in senso restrittivo, o attenendosi alla lettera del loro significato, più che allo spirito in cui esse sono state pronunciate.
Questo sarebbe potuto accadere anche alle parole della Torà, se esse non fossero state completate e interpretate dalla “Torà she-be-'al pè”, dalla “Legge orale”, dal Signore data a Mosè insieme alla “Torà she-bichtav”, alla “Legge scritta”. Una “Legge orale” studiata e trasmessa ininterrottamente nei lunghi secoli della storia del popolo; studiata ed esaminata profondamente dai Maestri, in particolare all'epoca delle “Jeshivoth” in Babilonia, e interpretata nel suo significato più vasto e più morale, attraverso una continua discussione in cui, pur attenti a non cambiare nulla di quanto la Torà aveva insegnato, rendevano attuale la sua interpretazione perché rispondesse alle esigenze di ogni epoca e di ogni luogo, alle tecnologie e all'evolversi della situazione sociale, senza mai perdere di vista l'intendimento di rendere la sua attuazione sempre più ampia e spiritualmente elevata.
In questa Parashà, Dio dà una serie di ordini e di statuti di vario genere, un insieme di leggi che coprono ogni momento della vita dell'uomo e della collettività.
Ad una lettura superficiale di questo “codice di comportamento” ci si chiede che rapporto abbiano con la “religione” alcuni dei precetti che vi troviamo, come per esempio il trattamento degli “schiavi”, il risarcimento dovuto a chi è stato danneggiato, la punizione che deve essere inflitta al ladro, e tanti altri precetti non considerati comunemente “precetti religiosi”.
Ma in ciò appunto consiste una delle caratteristiche peculiari dell'ebraismo: per esso non vi sono compartimenti stagni, non esiste una linea divisoria tre il sacro e il profano, tra il religioso e il laico, in quanto tutta la vita dell'uomo è considerata sacra; ed elevati insegnamenti morali ci vengono spesso impartiti proprio da quei passi che, da un punto di vista strettamente religioso, appaiono di scarsa importanza. E se, come dicevamo, alcune delle leggi previste ci sembrano oggi difficilmente comprensibili, esse restano tuttavia immutate nella sostanza; e quei tesori di saggezza e di sano comportamento che racchiudono (tesori sempre attuali), e che sono espressione di un popolo di agricoltori e di allevatori che avevano interesse al bestiame, ai campi, alle vigne, possono essere, come lo sono, ancora utilizzati trasferendo i princìpi che informano lo spirito delle leggi della Torà, alle più disparate situazioni che si possono verificare nei giorni nostri e in avvenire nelle fabbriche, nei laboratori di ricerca e in qualsiasi luogo venga svolta un'attività di qualsiasi tipo.
Così, per esempio, i princìpi che regolano il risarcimento di un eventuale danno causato dal “bue” prestato a un vicino possono essere oggi applicati, praticamente senza varianti, ai danni causati dall'“automobile” prestata a un amico. E così pure il modo con cui deve essere valutata la responsabilità oggettiva di una persona che si era assunta l'incarico di custodire una qualsiasi cosa appartenente a un amico o a un vicino, nel caso questa cosa sia stata rubata o danneggiata; e la differente gravità della colpa a seconda che la custodia fosse gratuita o ricompensata.
Troviamo in pratica, nella nostra Parashà, prescrizioni che si ispirano all'attuazione di una società straordinariamente all'avanguardia e che sono di una sensibilità e di una modernità incredibili.
Un insegnamento particolamente importante ci viene dato dal passo seguente: “Se incontri il bue del tuo nemico o il suo asino smarrito, non mancare di riportarglielo. Se vedi l'asino di colui che ti odia steso a terra sotto il carico, guardati bene dall'abbandonarlo, ma aiuta il suo padrone a scaricarlo” (23,4-5).
Viene spontaneo chiederci: con queste parole la Torà vuole semplicemente inculcarci un sentimento di gentilezza verso gli animali? Il bue deve essere riportato al suo proprietario soltanto per evitare che gli accada qualche incidente, o perché potrebbe morire di fame? Ci viene richiesto di aiutare l'animale vacillante sotto il carico pesante solo per amore dell'animale?
Va chiarito innanzi tutto che questo precetto si ricollega con il principio del dovere di tenere sempre presente lo “tza'ar ba'alé chaym”, il dovere, cioè, di alleviare le sofferenze degli animali, e di evitare di procurargliene. È questo un precetto ribadito in molti passi della Torà, come ad esempio: “Se vedi l'asino del tuo fratello o il suo bue caduti nella strada, tu non farai vista di non averli scorti, ma dovrai aiutare il tuo fratello a rialzarli” (Deut. 22,4). E ancora: “Non metterai la musoliera al bue che trebbia il grano” (Deut. 25,4); “Non arerai con un bue e un asino aggiogati insieme” (Deut. 22,10) (dato infatti che sono di forza differente, la loro fatica diverrebbe maggiore per ambedue!)
E la “Halachà” (norma rituale, regola di condotta) stabilisce esplicitamente: “Chi incontra due persone (che conducono bestie da soma), una delle quali ha la bestia piegata sotto il carico e l'altra che non trova aiuto per rimettere sulla schiena il carico scivolato a terra, ha l'obbligo come prima cosa di togliere il carico alla bestia affaticata, per osservare il precetto dello `tza'ar ba'alé chaym' (Maimonide, Mishné Torà). Nella Guida degli smarriti, lo stesso Maimonide ne spiega lo scopo: “Questi precetti ci sono stati dati per migliorarci moralmente affinché ci abituiamo a comportarci con pietà e misericordia verso qualsiasi animale”.
Fermo restando l'obbligo di alleviare le sofferenze degli animali, un ulteriore insegnamento altrettanto importante ci viene dato dai due succitati versetti della nostra Parashà; la nostra attenzione, infatti, viene attirata più che sull'animale sofferente, sul nemico, su colui che ti odia, parole queste che mancano nel versetto del Deuteronomio che tratta di una situazione analoga. È evidente quindi che nella nostra Parashà, la Torà prende in considerazione principalmente le relazioni umane e sociali. Essa ci esorta a non esacerbare il nostro risentimento. Se vediamo l'asino di un nostro nemico smarrito e non lo riportiamo al suo proprietario, la sua amarezza contro di noi aumenterà ed egli ci odierà maggiormente. Ma se, al contrario, dimentichiamo, ignoriamo il nostro risentimento, se ci comportiamo con cortesia e comprensione nei suoi confronti riportandogli l'asino smarrito, possiamo gettare le basi per instaurare con lui un nuovo rapporto, per dissipare eventuali malintesi che abbiano creato il nostro dissenso e per restaurare un rapporto improntato all'armonia e alla reciproca comprensione.
I nostri Maestri inoltre sottolineano che da un punto di vista morale i nostri obblighi nei confronti di un “nemico” hanno la precedenza su quelli che derivano da un normale dovere di aiuto reciproco. Se, infatti, si incontrano due persone, un amico e uno con cui abbiamo cattivi rapporti, i nostri obblighi verso il “nemico” hanno la precedenza.
Ed è importante ricordare che questo principio, enunciato qui in un discorso relativo agli animali, deve essere allargato a tutte le situazioni simili: è nostro dovere prima aiutare il “nemico” e solo in un secondo tempo l'amico!
È questo un insegnamento teso ad educare e disciplinare i propri impulsi, a imparare a far precedere il ragionamento all'atto istintivo e inconsulto (Joseph Caro, Shulchan 'aruch).
Questa disciplina esercitata su se stessi è particolarmente meritoria, come è messo in risalto nei Proverbi (16,32): “Chi è lento all'ira val più del prode guerriero; chi padroneggia se stesso val più di chi espugna una città”. Ed è importante ricordare quanto ci insegnano ancora i Proverbi (25,21): “Se il tuo nemico ha fame, dagli del pane da mangiare; se ha sete dagli dell'acqua da bere!”.
La Torà non ci dà qui ordini che il nostro animo non sia in condizione di osservare. D'altronde anche coloro che hanno fatto del precetto “Ama il tuo nemico”, precetto in se stesso altamente meritorio, il vessillo della loro fede, ben raramente, purtroppo, sono riusciti a instillare nell'animo umano quell'impulso che avrebbe dovuto portare l'umanità per lo meno al medesimo rispetto se non all'amore per colui che, a torto o a ragione, avevano considerato come nemico. I roghi dell'inquisizione, i pogrom nell'Europa orientale, il ludibrio a cui venivano sottoposti gli ebrei di Roma durante le “orgie carnevalesche”, ne sono una prova più che evidente.
Non si può ordinare al nostro cuore di provare un sentimento, sia esso di amore o di odio: ma si può ordinare alla nostra ragione di compiere un'azione buona. Che, in ultima analisi, può suscitare sviluppi insperati e sentimenti imprevedibili. Il “nemico” aiutato nel momento del bisogno sarà chiamato, forse anche senza rendersene chiaramente conto, ad una riflessione e a un esame di coscienza da cui risulteranno le ragioni e le cause che hanno originato il dissenso, portando a valutare le possibili responsabilità reciproche e le possibili soluzioni per ovviare a una spiacevole situazione: l'antipatia e l'odio sono sempre sentimenti sgradevoli che qualunque persona di buon senso cerca, se è appena possibile, di allontanare da sé.
E colui che ha compiuto l'azione di aiutare, ne sarà certamente compiaciuto: la psicologia ci insegna che l'uomo è portato a nutrire sentimenti di affetto verso i beneficati più che verso i benefattori; sarà, quindi, a sua volta spinto a rivedere i propri sentimenti e le ragioni del proprio odio e della propria antipatia fino a trovare la possibilità di una pacificazione con la persona beneficata.