“Il Creatore ci ha lasciato per traccia un po’ di parole sparse nell’universo: non ci resta che prenderle e farne dei pilastri di fuoco da sparare nel mondo”. Ad ogni frase un indugio sulle parole che lo compongono. È qui, di fronte a me, Haim Baharier, tra i principali studiosi di ermeneutica biblica e di pensiero ebraico, per raccontare a Psychologies l’attualità della Torah in un’epoca in cui la densità della parola dei testi sacri sembra non contare più, diluita nella nostra società liquida. Nel dire questo, il maestro tende la mano verso la sua interlocutrice e lentamente la ritrae in un gesto di circolare di completezza, dal basso verso l’alto. È sempre una gioia ascoltare (leggere) Haim Baharier di qualsiasi cosa parli. Le sue analisi, le sue associazioni, i suoi riferimenti sono vasti, profondi, intrecciati, provocatori. Butta all’aria le nostre certezze e ci costringe a ripercorrere con occhi nuovi i vecchi sentieri. Per arrivare a una nuova aggiunta di senso, che chiarisca l’incompiutezza dell’esistere. Per poi smontare tutto, per ricostruire. Una sorta di moto perpetuo.

 

L'identità rimpicciolita

 

“Freud mura l’Io dentro se stesso, il suo andare all’indietro si arena nell’infanzia individuale. Ben altra cosa è, per la tradizione ebraica, il rimando all’interiorità. È memoria attiva, che illumina il futuro ma non lo anticipa. L’identità non esiste, esiste invece un percorso identitario che cerca una definizione sempre più chiara. Molto della riflessione di Baharier riguarda il concetto di identità claudicante. “La Torah insegna che il Creatore fece cadere un torpore sull’uomo che si addormentò e gli prelevò una costola con la quale costruì la donna. Il verbo in ebraico che ha stessa radice di costola è claudicare. La claudicanza dell’umanità non è un handicap su cui piangere, ma la coscienza della propria finitezza umana. Questo zoppicare è la mia dignità, ciò su cui poggia la mia possibilità di interloquire con il mondo. Ci pensai anche quel giorno in ostetricia, nell’ospedale dove nacque mia figlia Avigail, affetta dalla sindrome di Down. Il dottore mi prese per un braccio mi disse quel “più” che aspettavo sarebbe stato un “meno”. E lì, non so come, avevo risposto che tanto più mi sarebbe venuto da quel meno”. Quando il Creatore fece i due grandi luminari del cielo, la luna protestò: due sovrani non possono fregiarsi della medesima corona. Hai ragione, rispose il Creatore, vai e diminuisciti!”. È questo il senso dell’ identità claudicante: identità rimpicciolita non diminuita. Perché diminuita sarebbe diminuire in dignità, mentre rimpicciolita implica la consapevolezza dell’incompiutezza, che è ciò che consente al dialogo di stabilirsi attraverso l’ascolto.  E il racconto dell’uccisione di Abele da parte di Caino diventa una riflessione sulla capacità di sapere custodire la fratellanza, dice Baharier. Ama il prossimo come te stesso, significa questo: inizia con tuo fratello.

 

Le allungatoie

 

Nel racconto biblico, Mosè abbandona spesso la pista. “Bisogna imparare le ‘allungatoie’ e ignorare le scorciatoie”, dice Baharier . “Solo lungo tale percorso, che è poi lo stesso ‘del senso delle cose’, si può accedere a conclusioni imprevedibili ed emozionanti, senza mai considerarli punti fermi, acquisiti una volta per tutte. Adonái dice ad Abramo:’Alzati e va’ verso la terra che ti indicherò’. Come faccio a mettermi in cammino verso una meta che mi verrà indicata solo dopo? Quel che dobbiamo fare è muovere un passo e fare una verifica. Se qualcuno ti aspetta lì, fai insieme a lui un altro passo. Se ti ritrovi solo, sarà necessario cambiare direzione. E avanti così, un passo dopo l’altro. Sapere dove vado è importante quanto come ci vado, secondo quali principi e quale etica”. Qual è il senso dell’esistere, chiediamo al Maestro. “Le rispondo con una battuta: i tuoi bisogni materiali sono le mie necessità spirituali”. Che vuol dire? Baharier ci riporta ancora al testo sacro. “Shemà Israel (Ascolta, Israel) è la preghiera ebraica forse più conosciuta di tutte.  Mi sono chiesto per anni perché le prime parole in assoluto del Talmud riguardano l’ora a partire dalla quale si può recitarla: bene, il Talmud risponde che si può iniziare dal momento in cui i sacerdoti, rientrando a casa, cominciano a cibarsi. I sacerdoti sono i non possidenti, coloro che dipendono dagli altri per potersi sfamare. Ecco allora che si incomincia a capire il perché: lo spirituale inizia con l’offrire cibo, togliendo la fame dal mondo. Nel Talmud soldi si dice damim, che significa anche sangue al plurale: e il sangue, se circola è vita. È necessario dunque inventarsi una politica, un’economia di giustizia”.

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