Perùsh e Parshanùt

Perùsh significa “commento”, parshanùt è l'azione di scrivere un commento, oppure la letteratura esegetica presa nel suo complesso.
Nessuna forma letteraria è così tipica dell'ebraismo come quella del commento. Dai primissimi tempi post-biblici le opere ebraiche hanno preso la forma del commento al testo biblico. Questo procedimento inizia, in realtà, con la Bibbia stessa, da cui scrittori più tardi traggono dei temi trattati da autori precedenti e li commentano, spesso ristrutturando il contesto o per mezzo di lievi cambiamenti. I Manoscritti del Mar Morto, scritti soprattutto nel secondo secolo a.e.v., contengono già dei commenti biblici, il che dimostra come il commento fosse già ben in atto mentre l'era biblica si avvicinava alla fine.
La letteratura del Midràsh è il primo e più importante strato del commento alla Bibbia ebraica. Parallelo e in gran parte contemporaneo ad esso è il targùm, una serie di traduzioni e parafrasi, in aramaico, del testo biblico, che contiene importanti esempi di commento.
L'inizio del Medioevo segnò un tentativo degli ebrei (in parte dovuto all'influenza della cultura araba) di evitare le interpretazioni fantasiose del Midràsh e tornare al peshàt, il significato semplice, letterale, o semplice scopo della Scrittura. Fu in questo campo che la letteratura conosciuta come parshanùt iniziò a svilupparsi, e di essa facevano parte i famosissimi commenti del rabbino francese Shelomòh ben Yitzchaqì (1040-1105), conosciuto anche come Rashi, di Rabbi Abraham ibn Ezra, spagnolo ma che in seguito visse anche in Francia e in Italia (1089-1164), e di Rabbi Moshé ben Nachman (1194-1270), anch'egli spagnolo, chiamato anche Ramban. Centinaia di autori meno conosciuti scrissero commenti in questo stesso periodo. Soltanto alcuni dei più prolifici scrissero su tutta, o quasi, la Scrittura, la maggior parte scrisse commenti sulla Toràh, su uno o più dei cinque rotoli (meghillàh), o su qualche altro libro biblico di particolare importanza.
Poiché sia il Talmùd che il Midràsh finirono per essere considerati come testi sacri, divennero essi stessi oggetto di commenti. I commenti sul Talmùd ebbero inizio spesso con delle note scritte da uno studioso a margine della sua copia di un particolare trattato, forse con l'intenzione, in un primo tempo, di servirsene per uso esclusivamente personale. Questi venivano pubblicati dai discepoli o dai proprietari delle successive stamperie, come commenti. Il libro di preghiere ed in particolare l'Haggadàh di Pésach erano anch'essi fra i soggetti favoriti dei commentatori.
Con il passare del tempo, apparve evidente che i commenti stessi necessitavano di una spiegazione, e pertanto divennero, a loro volta, oggetto di commento. Queste scritti, conosciuti come commenti ai commenti, sono molto comuni tra le opere tradizionali ebraiche più recenti.
La forma del commento serviva spesso ad un scopo duplice e in qualche modo contraddittorio. Scrivere un commento su un'opera è un atto di convalidazione; indica che l'opera originale è ancora importante e degna di studio. Allo stesso tempo, quello stesso lavoro è re-interpretato dal commentatore, che può ritenersi libero di inserire molte idee nuove in esso sotto l'aspetto dell'interpretazione. Il processo, sempre in sviluppo, del commento fu perciò il tramite migliore che l'ebraismo produsse per agevolare una continua creatività culturale, pur mantenendo la cornice teorica delle sue fonti classiche ed il loro status indiscusso di fonti d'autorità.
Mentre scrivete le vostre note personali ai margini e negli spazi bianchi di questo libro, cosa che io vi incoraggio a fare, sarete impegnati in questa antica arte ebraica del commento. Chissà? Forse qualche generazione futura riscoprirà il vostro lavoro e lo pubblicherà, aggiungendo le vostre parole a quella lunga e ininterrotta catena di tradizione, “la grande voce che non cessa mai di parlare”.