Sottotitolo:
Norme sulla Teshuvà
Traduzione:
Raffaele Levi
L'ebraismo, rifiutando con decisione l'idea di fato, riconosce all'uomo la possibilità di plasmare il proprio futuro, abbandonando il peccato e facendo ritorno a Dio. Teshuvà, che in ebraico significa appunto «ritorno», nel linguaggio rabbinico indica pentimento, rifiuto del peccato, confessione della colpa e richiesta di perdono alla parte lesa, e rappresenta l'unico mezzo per alterare il rapporto obbligato tra peccato e punizione. In questo breve trattato, articolato in dieci capitoli, Maimonide espone le norme che aiutano l'uomo a raggiungere il pentimento, delineando autentici «percorsi di ritorno». Attraverso una prosa chiara ed efficace, egli elenca i ventiquattro peccati che ostacolano la Teshuvà ed esorta allo studio della Torà e all'adempimento delle mitzwòt (precetti), unici strumenti capaci di erigere una barriera contro il peccato e mantenere costantemente l'anima collegata a Dio, evitando così di incorrere nella punizione più grave: non poter fare Teshuvà.