3/7/2010

Vayakhel-Pekudé

(Esodo 35,1 - 40,38) Di un solo argomento, della costruzione del Tabernacolo e di tutto ciò che è connesso con il culto, argomento già trattato d'altronde nelle Parashoth di Terumà e di Tetzavvè, parlano queste due ultime pericopi dell'Esodo. Esse, inoltre, sono molto spesso unite nella lettura annuale della Torà. Per queste ragioni ci sembra opportuno esaminarle insieme. La minuziosa descrizione di ogni minimo particolare della costruzione del Tabernacolo è tuttavia qui preceduta da quella della personalità di colui al quale sarebbe stata affidata: Betzalel.
 
Leggiamo: “Mosè disse ai figli di Israele: `Vedete, il Signore ha chiamato per nome Betzalel, della tribù di Giuda. Lo ha riempito dello spirito divino, di abilità, di intelligenza, di sapere per ogni sorta di lavori... E gli ha comunicato il dono di insegnare; a lui e ad Aholiav, figlio di Achisamach della tribù di Dan...’” (35,30-34).
È chiaro quindi che l'Eterno ha chiamato di mezzo alla collettività, allo scopo di adempiere ad un particolare compito, un singolo individuo a tale compito preparato in modo specifico; come ben si esprime Avraham ibn 'Ezrà: “Poiché non c'era tra di loro un uomo saggio come lui”.
Il Midrash, soffermandosi sulle parole “lo ha riempito dello spirito divino, di abilità, di intelligenza, di sapere...”, afferma: “Ecco: Betzalel è chiamato a mettere in luce al massimo le sue possibilità, i tesori del suo cuore, la sua capacità di porsi a capo di coloro che daranno la loro opera per la costruzione del Tabernacolo, sì che la Maestà Divina si posi su Israele. `Ed ora, dice l'Eterno a Mosè, fa' uscire questa persona dal suo anonimato e sia chiamato a svolgere il suo compito in questa sacra attività’”.
Betzalel è perciò il simbolo del valore che il singolo ha nella collettività; il grande dono che la dedizione dell'individuo può portare al bene comune.
Eppure, si potrebbe obiettare, i nostri Maestri nel Talmud hanno affermato: “L'individuo è debole, la Comunità è forte”.
Ebbene: la Comunità è tanto forte quanto sono forti gli individui che la compongono e per quanto ogni individuo dà delle proprie capacità specifiche perché essa possa funzionare nel migliore dei modi. Come una catena ha il suo punto debole nell'anello meno solido, così la Comunità perde la propria solidità se anche un solo componente è facilmente piegabile.
D'altro canto, la Comunità, come rappresentante di tutti gli individui che la compongono, deve rispondere alle esigenze di tutti i suoi membri. In breve: Comunità e singoli individui hanno obblighi reciproci; il modo in cui tali obblighi vengono adempiuti fa la forza o la debolezza della Comunità.
Il “dove” e il “quando” della chiamata di Betzalel per la costruzione del Tabernacolo hanno una particolare importanza.
Il “quando” è dopo l'uscita dall'Egitto, dalla “casa di schiavitù”, nel momento così determinante, ed esaltante, della nascita del popolo; il “dove” è il deserto: quel deserto in cui il popolo si sarebbe formato culturalmente, socialmente, nazionalmente, sede provvisoria del Tabernacolo, luogo in cui si sarebbero custodite le Tavole del Patto e in cui si sarebbe svolto il culto fino a quando il popolo avesse meritato di entrare nella propria terra e avesse costruito il Tempio.
Rabbì Yeoshua' ben Levì, commentando il versetto della benedizione sacerdotale “L'Eterno ponga su di te lo shalom” (Num. 6,24), si domanda: “A quale momento della vita del popolo si riferisce questo versetto?”, e risponde: “Al giorno in cui fu portata a termine la costruzione del Tabernacolo”. E il Midrash spiega: “Il giorno in cui fu terminato il Tabernacolo, la Maestà Divina scese ed aleggiò sopra di esso”.
Perché costruendo il Tabernacolo con tutto il loro amore, con tutta la loro dedizione e la capacità che essi possedevano, i figli di Israele avevano tenuto fede al “Patto” stretto con il Signore. E questi, facendo scendere in mezzo a loro la “Sua Shechinà”, la “Sua Maestà”, aveva a Sua volta rispettato la Sua promessa: “E sapranno che Io sono il Signore Dio vostro, che li ho tratti dalla terra d'Egitto per risiedere in mezzo a loro” (29,46).
Osserva il grande commentatore italiano Ovadià Sforno: “Nel Tabernacolo vi era perfino più santità di quanta ve ne fosse nel Tempio costruito da Salomone!”.
Il Tabernacolo fu infatti costruito per espresso ordine divino e, fatto particolarmente significativo, tutta l'opera necessaria alla sua edificazione e alla preparazione delle sue suppellettili fu eseguita dai “giusti di quella generazione”, sotto la guida illuminata di Betzalel, coadiuvato da Aholiav della tribù di Dan: era qualcosa costruito con le mani e con il cuore.
Il Tempio di Salomone fu invece costruito dagli artigiani di Tiro: l'opera delle mani era forse più raffinata, ma mancava quella del cuore.
Facile la considerazione che se ne deduce: non è né la qualità né la quantità del materiale pregiato usato nella costruzione, non la grandezza o la bellezza esteriore, o la ricchezza che stabiliscono la Santità di una costruzione o di un luogo e determinano la presenza e la permanenza della Shechinà in mezzo al popolo. Il Signore si compiace di coloro che Lo rispettano e osservano le Sue leggi; sono le azioni che influiscono sulla Sua decisione di dimorare in mezzo al popolo.
Possiamo auspicare che oggi il “Muro occidentale”, santificato dalla presenza, dal pianto, dalla speranza di tanti ebrei, abbia meritato la presenza e la benedizione divina.
L'insegnamento fondamentale che da tutto ciò dobbiamo trarre è che ogni membro di una Comunità deve mettere, senza riserve, le qualità che Dio gli ha concesso a disposizione della collettività per costruire, per proteggere, per aiutare, per consigliare, per difendere la collettività e il suo futuro.
Soltanto attenendoci a questo principio possiamo confidare nella prosperità e nel progresso del singolo e della collettività; soltanto attenendoci a questo principio possiamo confidare che la Shechinà si posi e dimori in mezzo a noi.