(Deuteronomio 29,9 - 31,30) Dio rinnova il suo Patto con Israele ripetendogli la promessa di benedizione se si comporterà secondo la Legge, e di maledizione, sterilità e dispersione, se se ne discosterà e Lo abbandonerà per prostituirsi agli idoli; ma esorta il popolo a scegliere il bene, e di conseguenza la vita. Prevede, comunque, che anche se Israele si meriterà l'esilio e la dispersione, si pentirà dei peccati commessi ed Egli lo perdonerà e lo ricondurrà nella Terra dei padri. Mosè designa ufficialmente come suo successore Giosuè che con l'aiuto di Dio, che gli resterà vicino, condurrà il popolo alla conquista della Terra. Quando i figli d'Israele si saranno insediati nel paese, ogni sette anni, durante l'anno sabbatico, in occasione della festa di Succoth, verrà letta pubblicamente, dinanzi a tutto il popolo e ai forestieri, la Torà. Il Signore ordina a Mosè di scrivere un cantico che sia di testimonianza per le generazioni future del Patto stretto con Dio.
All'inizio della Parashà il Signore ordina a Mosè di radunare tutto il popolo di Israele per rinnovare il Patto stretto con Abramo, Isacco e Giacobbe ed enumera con dettagliata minuziosità tutti coloro che dovranno comparire dinanzi a Lui e saranno quindi compresi nel Patto: “I vostri capi, le vostre tribù, i vostri anziani, i vostri ufficiali, tutti gli uomini di Israele, i vostri bambini, le vostre mogli, lo straniero che è in mezzo al tuo campo... E non con voi soltanto, Io faccio questo Patto e questo giuramento, ma con tutti coloro che stanno qui oggi davanti al Signore Dio nostro, e con coloro che non sono qui oggi con noi” (29,9-14).
Nessuno viene quindi escluso dal Patto, neppure gli stranieri che si sono uniti al popolo o che compiono dei lavori presso di loro, e “coloro che non sono qui con noi oggi”: un'allusione, certo, a tutte le generazioni future spiritualmente presenti in quel momento, e moralmente impegnate a rispettare il Patto in futuro! Ma non dimentichiamo che la realizzazione di un mondo, di una società migliore, non si esauriscono nell'esecuzione della Legge da parte del solo popolo ebraico, perché non c'è pace per Israele se non c'è pace nel mondo, così come non c'è pace nel mondo se non c'è pace per Israele: la prospettiva messianica abbraccia “tutte le famiglie della terra” ed è indispensabile che la pace e l'armonia regnino nel mondo intero, che la Legge e la giustizia siano applicate dal mondo intero, se vogliamo vedere la realizzazione della promessa implicita nel Patto; possiamo auspicare quindi che le parole “E tutti coloro che non sono con noi oggi” sottintendano non soltanto l'impegno delle future generazioni di Israele, ma l'accettazione e l'attuazione da parte dell'umanità intera dei princìpi morali comandati dall'Eterno.
E con la dettagliata enumerazione di tutti coloro che erano presenti al rinnovamento del Patto viene ribadito che la responsabilità collettiva non esclude la responsabilità personale. “Attem nitzavim”, dice la Parashà; “voi che siete presenti” siete impegnati ad osservare il Patto, ognuno personalmente: voi che costituite la nazione eterna, eterna testimonianza di quel che il Signore si attende dall'uomo collaboratore di Dio. Le generazioni si susseguono, i capi, i pensieri, le mode cambiano, ma la nazione di Israele sussisterà per sempre, pilastro incrollabile, esempio eterno.
Ma Mosè sa, Dio glielo ha rivelato, che il popolo non sarà sempre fedele: esso ricadrà negli errori dei suoi avi e l'ira del Signore si accenderà contro di lui; e la punizione sarà l'esilio.
Anche l'esilio, tuttavia, non rappresenta una rottura definitiva del Patto stretto con l'Eterno: esso sarà un periodo di esperienza e di formazione, una scuola e un insegnamento: sarà la scuola del “galuth”, della diaspora. E, come abbiamo già detto, costituirà una importante “testimonianza” in mezzo ai popoli.
L'avvenire è quindi incerto e oscuro: ma Mosè è un uomo di fede. Egli afferma: “Le cose occulte appartengono al Signore nostro Dio e quelle rivelate toccano a noi e ai nostri figli in eterno onde possiamo attuare tutte le parole di questa Legge” (29,28). In queste sue parole traspare la speranza che il popolo, quel popolo a cui ha dedicato la vita per insegnargli un nuovo modo di essere, riesca ad evitare gli errori e le conseguenti punizioni. E a questo scopo, in quelli che sono gli ultimi giorni della sua vita così come gli aveva preannunciato Dio stesso: “Ecco, il giorno della tua morte si avvicina” (31,14) non si stanca di attirare l'attenzione del popolo sull'importanza dell'obbedienza totale all'Eterno, perché “questo precetto che Io oggi ti comando non è troppo in alto per te, né troppo lontano da te. Non è nel cielo perché tu dica: `Chi salirà per noi nel cielo e ce lo recherà...'. Non è al di là del mare perché tu dica: `Chi passerà per noi al di là dal mare e ce lo recherà...'. Invece questa parola è molto vicina a te: è nella tua bocca e nel tuo cuore perché tu la metta in pratica!” (30,11-14).
È vero: non sempre il popolo ebraico è stato in grado di osservare una Legge che “non era al di là del cielo” e neppure “al di là del mare, ma sulle sue labbra e sul suo cuore”. Questa Legge, comunque, non l'ha mai dimenticata.
I suoi Maestri hanno studiato e commentato tutte le sue norme, le hanno adeguate all'evolversi dei tempi e delle tecnologie, perché esse fossero sempre rispondenti allo spirito con cui erano state date: quello di rendere la società migliore, eticamente più accettabile sotto tutti i punti di vista.
Per quel che riguarda l'osservanza dei precetti pratici, i nostri Maestri hanno sempre affermato che certamente è più facile proibire che permettere, ma che dimostra più acume, oltre che più saggezza, chi nell'insegnamento della Torà trova l'interpretazione che permetta di facilitare l'osservanza della parola divina. Non dobbiamo dimenticare che “la Legge non è al di là del cielo, e neppure al di là del mare...” e che cercare esclusivamente la “chumrà”, l'applicazione più rigorosa di un precetto, non sempre è dimostrazione né di fedeltà alla volontà divina, né di saggezza, né di sapienza. Essa può portare o ad un'osservanza cieca e senza discernimento, o, e sarebbe molto grave, a un abbandono totale dei precetti della Torà.
Le mizwoth potrebbero essere paragonate ai mattoni su cui le nostre case vengono edificate e rese solide. Dobbiamo evitare di fare come quei due operai che costruivano ciascuno una casa. Uno dei due era tanto preoccupato di renderla solida e stabile, che continuava ad aggiungere mattoni, e ancora mattoni, e ancora mattoni. L'altro era talmente preoccupato di renderla comoda ed elegante, che continuava a togliere mattoni, e ancora mattoni, e ancora mattoni.
Finché ambedue le case crollarono: una sotto il peso dei mattoni, l'altra per mancanza di strutture portanti.
Abbiamo detto che solo quando l'intera umanità osserverà le leggi di amore e di giustizia si potrà raggiungere quella situazione di armonia totale che Nachman di Bratzlav, con una felice intuizione, paragonava a una straordinaria orchestra sinfonica; egli insegnava: “In questo mondo ogni creatura ha un suo canto: quando riusciremo a far sì che tutti i canti siano armonizzati al punto di creare una sinfonia senza stonature né discrepanze allora verrà il Messia!”.
Qual è allora il compito del popolo di Israele chiamato da Dio a rispettare un Patto?
Nella Haftarà che si legge dopo la Parashà di Va-jelech, troviamo una significativa affermazione del profeta Isaia: “Come la pioggia e la neve cadono dal cielo e non vi ritornano se non dopo aver irrorato la terra, averla fatta produrre e germogliare e aver fornito il seme al seminatore e il pane a chi lo deve mangiare, così sarà della Mia Parola: essa non tornerà a Me senza aver fatto nulla, ma invece fa quello che Io voglio!” (Isaia 55,10-11).
La Parola di Dio ci è stata data attraverso la Torà.
E quando Dio ha creato l'uomo, insieme al soffio divino gli ha concesso due doni di inestimabile valore: l'intelligenza e la parola.
E la parola dell'uomo può assumere un'importanza straordinaria.
Enorme, a questo proposito la responsabilità dei genitori e dei maestri nei confronti dei più giovani che alle parole di quelle che considerano le massime, anzi uniche autorità, conformano i propri pensieri, adeguano le proprie scelte e le proprie aspirazioni.
Se usiamo la nostra parola per diffondere l'insegnamento alla scelta del bene, della vita, ci facciamo soci e collaboratori di Dio nella diffusione della sua Parola.
Troppe volte purtroppo abbiamo invece assistito ai risultati terrificanti dell'insegnamento all'odio, alla discriminazione razziale e al concetto di superiorità di razza.
Ma la stessa Parola di Dio, quando viene usata per cercare un'assurda giustificazione a un cieco fanatismo, a un integralismo contrario alla volontà divina, quando viene abilmente manovrata per scopi tutt'altro che divini, per ottenere un'obbedienza cieca e ottusa, divenendo così terrorismo e “guerra santa”, si trasforma in uno strumento micidiale in aperto contrasto con l'immagine e l'insegnamento di Dio, benevolo e misericordioso.
A tutti coloro che sono compresi nel Patto, coloro che erano presenti allora, e coloro che non erano presenti, ma di cui i padri si sono presi la responsabilità e che oggi sono chiamati a testimoniare della loro fedeltà, chiediamo di usare la Parola per continuare l'opera intrapresa dai figli di Israele prima di entrare nella Terra allora, nella Terra oggi, fino al compimento dell'opera.