Condividi su Facebook

Bibbia ebraica: Profeti posteriori

Bibbia ebraica: Profeti posteriori
Sottotitolo:
Testo ebraico e traduzione italiana a fronte
A cura di:
Anno di edizione:
1996
Numero riedizioni:
3
Pagine:
752
Illustrato:
no
Legatura:
rilegata
ISBN:
88-8057-014-5
Disponibile:
si
Prezzo:
45,45 €
Un navì o “profeta” sostiene di portare dentro di sé la parola di Dio e di parlare a Suo nome (esiste anche la figura del profeta al femminile, e il relativo termine ebraico è neviàh). Alcuni neviìm, come Mosè, Elia ed Eliseo, sono noti attraverso i racconti del Tanàkh e diverse storie di miracoli sono collegate a queste figure. Altri profeti, come Isaia, Amos e la maggior parte dei “profeti posteriori” della Bibbia, sono conosciuti solo attraverso il resoconto scritto delle loro profezie. Nella maggior parte dei casi viene narrato molto poco della loro vita privata.
La relazione tra la mente del profeta, la sua istruzione, il suo impeto creativo e il dono della profezia a lui “concesso” è stata a lungo discussa dai commentatori. Ci sono sempre stati coloro che hanno dato alla questione un'impostazione decisamente letterale, che credono che il profeta sia semplicemente uno strumento passivo nella cui bocca Dio pone ogni singola parola che egli (o ella) proferisce. Altri hanno a lungo sostenuto che il profeta partecipa attivamente al processo di rivelazione. Colmi, fino ad esserne consumati, del messaggio divino, i profeti danno ad esso voce, usando la loro forza espressiva e gli strumenti della tradizione letteraria e religiosa nella quale si collocano.
I rabbini sostennero che la profezia era cessata quando fu distrutto il Secondo Tempio. Questa presa di posizione era necessaria per legittimare la loro stessa impresa: l'interpretazione di un canone, già fissato e chiuso, di libri sacri. Essi arrivarono ad affermare che “un sapiente è meglio di un profeta”. Di fatto l'ultimo libro profetico entrato a far parte del canone biblico è, probabilmente, Malachia, scritto nel primo periodo del Secondo Tempio. Intorno al secondo secolo a.e.v., il fenomeno che aveva portato alla profezia era passato ad un tono apocalittico, che rivelava grandi “segreti” relativi al futuro e metteva ripetutamente in guardia contro i grandi cataclismi futuri. Queste opere erano spesso, falsamente, attribuite agli antichi, e si fregiavano di titoli come “Il testamento di Abramo” o “La visione di Enoch”. I rabbini dichiararono apertamente queste opere “libri estranei” e si rifiutarono di includerli nel canone.
L'ebraismo post-biblico va al di là della normale profezia. Dio è tuttora presente ed accessibile nella vita quotidiana e può essere raggiunto attraverso la preghiera. Ma Dio non parla più come avveniva all'epoca dei profeti. Il silenzio divino è un mistero che abbiamo imparato ad accettare, malgrado qualche occasionale grido di protesta. Studiamo gli antichi profeti, re-interpretiamo senza fine le loro parole, ed essi tuttora ci pongono una sfida morale. La nostra epoca produce poeti e scrittori che talvolta indossano il manto profetico, ma, pur commossi dai loro tentativi, siamo prudenti nei loro riguardi. Nel futuro messianico, quando e come verrà, ci viene detto che la vera profezia rinascerà. Nel frattempo, possiamo soltanto vivere e testimoniare il mistero del silenzio di Dio.
Per offrirti un servizio migliore Giuntina.it utilizza cookies. Continuando la navigazione nel sito autorizzi l'uso dei cookies.