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Bibbia: Pentateuco e Haftarot (in brossura)

Bibbia: Pentateuco e Haftarot (in brossura)
Sottotitolo:
Testo ebraico e traduzione italiana a fronte
A cura di:
Anno di edizione:
1995
Numero riedizioni:
3
Pagine:
984
Illustrato:
no
Legatura:
brossura
ISBN:
9788880571407
Disponibile:
si
Prezzo:
32 €
Toràh è la parola più sacra dell'ebraismo, ad eccezione dei nomi di Dio. Essa significa “insegnamento”, e deriva da una radice ebraica che significa anche “colpire” o “andare a segno”. Il termine Toràh racchiude una vasta gamma di significati. Talvolta si riferisce alla vera e propria dottrina dell'antico ebraismo, mentre altre volte accoglie qualsiasi autentico insegnamento presente nel mondo, che si dice derivare tutto da un'unica sorgente.
Nel suo significato più restrittivo questa parola è usata in relazione ai cinque libri di Mosè, il Chumàsh o Pentateuco. Ma dall'esame dei primi quattro libri della Toràh, non troviamo alcuna indicazione che questo sia il suo titolo. La parola toràh è usata molto frequentemente in questi libri, ma sempre per indicare un insegnamento specifico riguardante una pratica o l'altra. L'intimazione, frequentemente ripetuta, di avere un'unica toràh per l'abitante e per lo straniero (Esodo 12:49 ecc.) viene tradotta in modo più corretto con “la maniera di fare le cose”. Soltanto nel Deuteronomio (4:44, 33:4), il quinto libro della Toràh, si ha la consapevolezza che toràh indica una compilazione, e sembra fare riferimento proprio a questo quinto libro. I primi riferimenti alla Toràh, che includano una qualche versione del testo come noi lo conosciamo, possono essere quelli di Neemia 8, scritti dopo il ritorno a Sion (dall'esilio babilonese) nel quinto secolo a.e.v. Questo resoconto riflette la prima comparsa di una compilazione di un testo, autorevole, della Toràh.
L'ebraismo rabbinico non accetta questa evoluzione. I rabbini intendono i cinque libri della Toràh come dono di Dio a Mosè. Nel primo periodo rabbinico, o tannaitico (dal primo secolo agli inizi del terzo) esiste ancora una sorta di dibattito sul come e quando questa rivelazione abbia avuto luogo. Alcuni immaginarono la rivelazione come un unico evento trasformativo: i cieli si aprirono sul Sinai e tutto venne rivelato. A Mosè venne consegnata la storia dell'umanità sin dai tempi della Creazione e gli furono rivelate le sorti di Israele fino alla morte di Mosè stesso, episodio che conclude il testo della Toràh. Una leggenda vuole che gli ultimi otto versi del Deuteronomio che iniziano con “Mosè il servo del Signore morì là...” fossero scritti con le lacrime di Mosè piuttosto che con l'inchiostro.
Ma anche altre versioni della rivelazione, forse meno apocalittiche, venivano insegnate. Alcuni sostenevano che soltanto i Dieci Comandamenti furono dati sul Sinai; le altre leggi furono rivelate, un poco alla volta, durante i quaranta anni passati nel deserto: nella maggior parte di questi casi la voce divina parlava soltanto a Mosè, non a tutto Israele (potrebbe avere frainteso, anche solo qualche volta?). Il Deuteronomio fu in realtà composto da Mosè proprio prima della sua morte, come dichiara il testo stesso. L'intero testo della Toràh era degno di autorità, secondo queste opinioni, ma non era il risultato di un unico momento della rivelazione.
Queste discussioni furono messe da parte nella più tarda epoca rabbinica, o periodo amoraitico (dal terzo al sesto secolo), quando s'impose una concezione maestosa della rivelazione. Mosè ricevette sul Sinai non soltanto l'intera Toràh Scritta, ma anche la Toràh Orale, il modo tradizionale di interpretare il testo. “Qualsiasi cosa avrebbe mai detto uno studioso diligente era già stato dato a Mosè sul Sinai” dichiara il Talmùd. Affermare che anche una singola parola o lettera della Toràh non sia divina è cosa blasfema.
La disponibilità dell'ebraismo ad una costante creatività religiosa dipende dal concetto dell'autorità dei rabbini di interpretare il testo. Poiché quell'autorità stessa viene dal Sinai, non può essere messa in dubbio. Ma il procedimento d'interpretazione apre il testo a molteplici letture: l'aggadica, l'halakhica, la grammaticale, la filosofica e la mistica, tutte sono state tutte applicate alla Toràh attraverso i secoli. Queste letture aggiungono nuovi e costanti livelli di ricchezza e sottigliezza nella nostra comprensione del testo. In questo modo l'ebraismo rimane una tradizione basata su una grande fedeltà al testo, senza diventare per questo fondamentalista, dal momento che ogni testo è sempre aperto ad una moltitudine d'interpretazioni. La “Toràh ha settanta volti” è un detto assai famoso, che significa che ci sono molti modi validi di comprendere lo stesso verso. L'approccio letterale non è, in linea generale, uno dei modi di interpretazione privilegiato rispetto agli altri.
L'ebraismo mistico e quello chassidico tendono a porre l'accento sul concetto di rivelazione continua. Il Sinai non è stato soltanto l'esperienza storica di un tempo, ma un'esperienza che può essere rinnovata in ogni momento per quell'individuo che si pone nella giusta sintonia per l'ascolto. “Ogni giorno una voce viene dal monte Horeb dicendo: Tornate, o uomini!. Questa rivelazione non può contraddire l'halakhàh, sicuramente, ma può rafforzare e rinnovare la fede di coloro che la cercano. Per la maggior parte degli ebrei, il luogo migliore dove cercare un'ulteriore rivelazione è il testo stesso, cosìcché i procedimenti dello studio, dell'interpretazione, della scoperta di nuovi significati e la “rivelazione” sono decisamente inseparabili gli uni dall'altra.
Sin dai primi tempi, i rabbini sostenevano che la Toràh esisteva in una dimensione cosmica ben oltre quella del Sinai e della rivelazione umana. “Dio guardò nella Toràh per creare il mondo” dice il Midràsh, rispecchiando tradizioni ancora più antiche sulla Sapienza come compagna di Dio prima della Creazione. La relazione fra questa Toràh eterna (era fatta di parole? di lettere? dove era stata scritta?) e il testo che abbiamo davanti a noi è anch'essa oggetto di una speculazione mistica di vecchia data. Potrebbe essere che la nostra Toràh sia soltanto uno dei “settanta volti” dell'insegnamento divino, che è in sé al di là delle parole e del linguaggio? Come ripercorrere la strada del ritorno dal rivelato al nascosto? Come tornare indietro dalle preoccupazioni assai mondane dell'halakhàh verso la sublime e tuttavia elusiva “dottrina perfetta di Y-H-V-H” (Salmi 19:8)?
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