I vecchi sono esseri disgustosi; paranoici, invidiosi, petulanti, avidi, sconci, spietati, maldicenti, sono enfi di desideri frustrati e incapaci di guardare oltre i propri malanni. Se nella vecchiaia non c’è decenza non è perché il corpo si disfa, ma perché l’egoismo s’incancrenisce e mangia l’anima gesto dopo gesto, sospetto dopo sospetto, pur di campare un’altra ora. I vecchi sono il trionfo dell’essenza umana. E il romanzo di Kenaz è un capolavoro che ci porta nel mondo di Jolanda Moskovitch, ciabattando per oltre duecento pagine in un reparto di degenza a Tel Aviv e poi su al quarto piano, nel suo appartamento. Eppure è una storia che sorprende di continuo. I personaggi di Kenaz sono capaci dei cambi d’umore più imprevedibili, si sostengono e si odiano e tornano a riconciliarsi e ancora malignano l’uno dell’altro, vivono in ogni secondo lo scontro mortale tra la naturalezza dell’egoismo e fratture di tenerezza che spiazzano loro stessi. Jolanda, che non a caso crede al malocchio, è trasformata dallo sguardo degli altri: quand’è con il pittore Kagan viene sedotta dal fantasma della normalità, mentre la volubile amicizia con la morente Allegra le infonde una consapevolezza mite quanto indesiderata sulla fine ormai prossima. La vediamo cambiare attraverso ogni parola, in ogni silenzio: Kenaz non spreca nulla, la sua scrittura lirica e potente racconta con la più misteriosa precisione, capiamo tutto senza che ci spieghi niente.

Non è una bella persona, Jolanda, o forse sì; le sue incoerenti oscillazioni sono quelle che accompagnano ogni disgregazione dell’orgoglio davanti alla necessità d’inseguire fino al crepuscolo un sussurro d’amore o una promessa, fosse pure illusoria, affinché la vita sia vita e non vuoto correre delle ore verso il baratro. La lotta di Jolanda si conclude con l’abbandono nelle mani di chi forse la raggira, ma cosa importa? È stata costretta a ricevere pietà, e ha imparato a donarla; ora c’è qualcuno che la perdona, e le stelle scintillano in un cielo che non le conosceva.