“VICTORIA”: QUANDO È UN NOME FEMMINILE A DARE IL TITOLO AD UN ROMANZO, È UNA donna il personaggio principale della vicenda. Eppure, in tutta la prima parte del romanzo di Sami Michael, il protagonista è un luogo, un cortile in una casa di Baghdad in cui abitano le famiglie di tre fratelli. Con una vecchia madre, le mogli, i figli. A cui si aggiungeranno poi i mariti e le mogli dei figli, e i figli di questi, in un arco di tempo lungo quasi un secolo, anche se le peripezie famigliari degli ultimi anni, sono solo accennate, con la dura esperienza nel campo di transito e poi la difficile integrazione nella terra promessa.
All’inizio il romanzo di Sami Michael (scrittore israeliano di origine irachena) è un romanzo corale, dunque, ricco di figure, di colori, di odori (non proprio profumi, anzi, spesso si tratta di esalazioni maleodoranti di un’affollata umanità), di voci che bisogna imparare a distinguere, cercando di capire e di ricordare chi è figlio di chi. Anche perché, spesso, neppure gli interessati sono certi di chi sia il loro padre- si bisbiglia, ad esempio, che Myriam sia nata dalla focosa unione della bella Azizah con il primo dei tre fratelli che è anche padre di Victoria. E Myriam e Victoria, cugine quasi gemelle, saranno legate tutta la vita da un fortissimo affetto, condividendo pure l’amore per Rafael, il migliore di tutti i cugini, il più generoso, il più intraprendente, un seduttore nato che seminerà in giro figli e figlie tutti somiglianti a lui e tra di loro. Nonostante la tisi che si mangia i suoi polmoni.
   Forse persino la Morte è innamorata di Rafael, perché lo lascia tornare a casa dal Libano dove è stato ricoverato in un sanatorio, dalla moglie Victoria (perché è Victoria che riesce a sposarlo e non Myriam) e dai figli. Victoria, che alla fine del romanzo chiude gli occhi al marito ultranovantenne, diventa la figura dominante perché, per quanto la narrativa sia sempre in terza persona, l’impressione è che sia lei a ricordare, a guardarsi indietro nei momenti di disperazione in cui, incinta di un terzo figlio e con il marito che pare svanito nel nulla in Libano, è tentata di buttarsi giù dal ponte di barche sul Tigri.
   Victoria dal nome trionfante che, in un’epoca in cui non tocca alle donne lavorare per mantenere la famiglia, si piega ad arrotolare cartine di sigarette per nutrire i figli. Victoria che riesce a mandare altro denaro al marito perché possa continuare la cura, che - anni dopo - tollererà che Rafael abbia un’amante, per non perderlo. Victoria che si adatterà meglio alla vita in Israele, testimone dello scoloramento di Rafael.
   Scrive di un mondo scomparso, Sami Michael. Scomparso non perché inghiottito dalla guerra come gli shtetl dell’Europa orientale, ma perché fagocitato dal Tempo. Non ci sono i confini del ghetto in “Victoria”, ma c’è la stessa atmosfera claustrofobica nella vecchia casa che diventa fatiscente nel corso degli anni, quel piacere ambiguo del restare in uno spazio chiuso che nasconde il timore di quello che può essere in agguato fuori. Non c’è la paura continua dell’annientamento ma c’è ugualmente l’ansia della sopravvivenza, la fatalistica rassegnazione dei padri e la disperazione delle madri davanti all’alta incidenza della mortalità infantile. Questo è un mondo spaccato in due, da una parte ci sono gli uomini e dall’altra le donne, in mezzo una turba di bambini.
   Gli uomini spadroneggiano, le donne fanno figli. E la vita scorre sempre uguale, dall’alba al tramonto, impegnata nei compiti quotidiani, senza altra aspirazione che risvegliarsi il giorno seguente.
   C’è un frammento di diaspora in “Victoria”, saga famigliare di un nucleo ebraico insolito, che non parla ebraico ma arabo, non è ossessivamente osservante, non va in sinagoga, non cita la Bibbia e osserva lo shabbat per consuetudine, perché così si è sempre fatto.