Napoli. Via da Gerusalemme. O almeno, via la politica da Gerusalemme. La proposta di Sami Michael, in linea con l'assoluta libertà intellettuale di uno dei più grandi scrittori israeliani, è dirompente. Israele dovrebbe spostare la sua capitale a Tel Aviv. E i palestinesi dovrebbero scegliere Ramallah come centro istituzionale del futuro stato palestinese. Per Gerusalemme, resterebbe soltanto - si fa per dire - quel ruolo di città santa alle tre religioni del libro, e una sua sostanziale internazionalizzazione.
Sami Michael sa che la sua idea è una provocazione, che susciterà polemiche dure in Israele e oltre i confini dello stato ebraico. Ma non fa niente. Per lui, ebreo nato a Baghdad e arrivato in Israele nel 1949, sentirsi "solo" e fuori da ogni categoria è il destino di una vita. Ha scelto, comunque, con cura il luogo da cui lanciare la sua ultima provocazione. Napoli, che ha risposto in forze all'invito della Comunità di Sant'Egidio per l'edizione numero 21 dei suoi incontri internazionali (quest'anno "per un mondo senza violenza", recita il titolo della due giorni che si è conclusa ieri alla presenza del presidente Giorgio Napolitano), dove si sono riuniti uomini e donne, intellettuali e religiosi di fedi, idiomi, culture differenti, atei e credenti, fuori dall'omologazione, diversi, e pervicacemente convinti della necessità del dialogo.
Una ribalta accogliente, per Sami Michael, di cui nessuno - ieri - ha capito molto bene la carta d'identità. Tanto da far chiedere a molti se l'autore di Victoria e Una tromba nello uadi (entrambi pubblicati in italiano dalla Giuntina di Firenze) fosse ebreo, musulmano o cristiano. «Io sono ebreo, io sono musulmano, io sono cristiano - ha risposto Michael, classe 1926 -. Io sono un uomo».
Un uomo che vive a Haifa, e che fa di Haifa un modello degno di essere irraggiato oltre la città che gli arabi chiamano "la sposa del mare". «Sì, Haifa è una città israeliana con una popolazione mista: ebrei, cristiani, musulmani, nuovi immigranti e vecchi residenti. Una città inusuale per tutto il Medio Oriente, dove nessun muro separa il quartiere arabo. Che, anzi, è la testimonianza del miracolo di una coesistenza possibile tra arabi e israeliani. Una città dove i corni delle sinagoghe non emettono suoni aggressivi, e la chiamata alla preghiera dei muezzin o le campane delle chiese sono suoni amichevoli e delicati».
Sembra la descrizione di un luogo di pace. «Abbiamo avuto anche noi il terrorismo, venuto da fuori. Ma il sangue di arabi - cristiani e musulmani - innocenti si è sempre mescolato al sangue delle vittime ebree. E il modello "Haifa" dura nel tempo, come ha dimostrato la guerra col Libano dello scorso anno, quando i katyusha lanciati dagli hezbollah sono arrivati anche sulla città. Ebbene, quando la casa di un arabo è stata colpita, gli ebrei sono corsi ad aiutare. E viceversa. Se Haifa esiste, dunque, c'è speranza anche per Gerusalemme».
Gerusalemme, insomma, non può essere per Sami Michael un modello di coesistenza. «Gerusalemme non è una città unita, come recita la linea ufficiale israeliana. Un muro alto di sospetto e ostilità separa la Gerusalemme occidentale-israeliana dalla Gerusalemme orientale, occupata e palestinese. La città lacerata riflette la storia del conflitto: scoppi violenti, stanchezza, calma tesa per qualche anno e poi ancora una guerra totale».
Sami Michael non usa mezze parole, a pochi giorni dalla cerimonia, proprio a Gerusalemme, in cui riceverà il prestigioso Emet Prize edizione 2007, «per aver rappresentato in maniera autentica - dice la motivazione - la voce dell'altro e messo l'immigrato, la donna e l'arabo al centro della sua scrittura, iniziando in questo modo un significativo processo verso il pluralismo nella letteratura ebraica». «Dovremmo adottare la politica musulmana secondo la quale la capitale dello stato non è in una città santa», spiega Michael, sfoderando - da ebreo di Baghdad - la sua conoscenza della storia e della cultura islamica. «Nella prima fase del suo sviluppo, l'islam illuminato ha identificato i pericoli insiti nel mettere insieme simboli religiosi e politici, religiosi e nazionali. Poco dopo la morte del profeta Maometto il centro del governo civile dell'impero arabo fu spostato dalla città santa della Mecca verso una località molto lontana, alla periferia dell'impero. A Damasco. E poi, ancora, venne spostato a Baghdad. E anche oggi, nel paese che si ritiene la culla dell'islam sunnita, in Arabia Saudita, la capitale politica non è alla Mecca, bensì a Riyadh».
Dunque, qual è la ricetta di Sami Michael per Gerusalemme? «Per salvare la religione e anche per salvare la struttura civile, civica di Israele, dobbiamo tornare indietro di molti anni, al 1948-49, quando Tel Aviv era la capitale di Israele. Tel Aviv dovrebbe essere la capitale di Israele. E, dall'altra parte, dovremmo chiedere ai palestinesi di mettere la capitale di un futuro stato di Palestina a Ramallah, o in qualsiasi altra città della Cisgiordania». E il futuro di Gerusalemme? «La città delle tre religioni: ebraismo, islam, cristianesimo. Si potrebbe trovare un'autonomia di tipo amministrativo, in cui la città sia gestita dai rappresentanti delle tre religioni, con l'aiuto delle Nazioni Unite». La proposta dell'internazionalizzazione, insomma. Che susciterà più di qualche mal di pancia.