In veste di scrittore ebreo-israeliano, fuggito all'età di ventidue anni dall'Iraq (nazione nella quale non sono mai più tornato) e che ha raggiunto quella di 81, scopro che una delle principali esperienze da me vissute è stata la perdita della mia lingua madre e l'acquisizione di un nuovo idioma.
Malgrado sia riuscito, a prezzo di uno sforzo immenso, a passare dall'arabo all'ebraico nell'esercizio della scrittura, sono rimasto lo stesso uomo solo che per tutta la vita si è mosso lungo la linea di odio e di guerra che divide le due parti del conflitto israelo-palestinese.
Uno scrittore israeliano appartenente all'elite culturale cara all'establishment espresse una volta un singolare desiderio: "Vorrei trascorrere una notte sotto il letto degli arabi per sentire cosa pensano di noi...". Tale fantasia riflette la situazione tragica della nostra regione.
A sessanta anni dalla sua fondazione lo Stato di Israele può registrare al suo attivo notevoli successi: un'agricoltura sviluppata in un ambiente desertico, un ottimo sistema di istruzione, una tecnologia avanzata, una letteratura fiorente, un regime democratico di cui gode soprattutto la popolazione ebraica.
Ma a dispetto di tutto ciò Israele si trova ad affrontare le stesse sfide che aveva davanti a sé il giorno della sua fondazione. E' ancora un'isola solitaria, straniera e mal accettata in un oceano arabo. E continua a reagire a questa delicata situazione con immutata alienazione.
Gli ebrei, che nel corso della storia hanno sempre dato prova di un'eccellente capacità di dialogo con l'ambiente circostante, nella loro nuova nazione non sono stati capaci di mantenere questa abitudine.
La società israeliana mostra un'ignoranza spaventosa delle usanze, della cultura e dei valori dei suoi vicini arabi e registra una tendenza sempre maggiore a proclamarsi parte della cultura europea.
A tale ignoranza non fa eccezione la moderna letteratura ebraica che in passato era parte integranete del milieu in mezzo al quale fioriva - fosse quello andaluso, iracheno, europeo o statunitense. L'odierna letteratura ebraico-israeliana si ritrova isolata nel cuore del mondo arabo, così come gli arabi sono estranei alla vita intellettuale israeliana. Tale situazione è pericolosa poiché induce a descrivere l'altro in una luce negativa, a tratti minacciosa e terrificante.
Non c'è giustificazione a questa ignoranza. Arabi ed ebrei, per lunghe epoche hanno tenuto alta la fiaccola della cultura universale. Le mille e una notte è un'opera emblematica dell'incontro di culture diverse. Scrittori ebrei hanno adottato la cultura in mezzo alla quale vivevano. Né ebrei né arabi hanno sentito in passato il bisogno di nascondersi sotto il letto dell'altro per sapere cosa pensa.
Per fugare la solitudine nella quale mi sono ritrovato in Israele ho tradotto dall'arabo, mia lingua madre, La Trilogia del Cairo dell'egiziano Naghib Fahfuz, premio Nobel per la letteratura. In ogni riga, in ogni frase dell'opera di questo scrittore si può apprendere quale sia il pensiero di un arabo sensato e fedele al proprio popolo. E' triste constatare che la maggior parte degli scrittori di ambo le parti si nutrano della propaganda velenosa degli estremisti e voltino le spalle all'opera intellettuale dell'altro.
Mia madre è morta a un'età molto avanzata. Fino al giorno della sua morte ho parlato con lei in arabo mentre amo i miei figli in ebraico. Ho letto in arabo nella città in cui vivo, Haifa, che ho descritto in ebraico ai lettori israeliani. Sono orgoglioso di affermare che il bagaglio culturale dei miei figli si è arricchito di entrambe le culture di cui si sono nutriti.
Nei giorni in cui risuonano grida di guerra e minacce di sterminio sono felice di ogni incontro culturale, di ogni fiera del libro. Un arabo e un ebreo potrebbero rimanere uccisi dallo stesso fucile, ma il medesimo libro potrebbe recare ad entrambi uguale piacere.
Oggi, a sessanta anni dalla fondazione dello Stato di Israele abbiamo bisogno di libri migliori per guarire dalle cicatrici, per superare i ricordi amari, per porre fine alle guerre.
E' in questo spirito che ho accettato l'invito giuntomi dall'Italia di partecipare alla prossima Fiera del libro di TOrino. E con un senso di soddisfazione ho anche accettato di tenere un intervento, nell'ambito della fiera, davanti a un pubblico arabo.