Non vede Baghdad dal 1948. Da quando, ventiduenne, fu costretto ad abbandonarla braccato da un mandato d´arresto per la sua attività di lotta contro il regime oppressivo iracheno, nelle file di un gruppo clandestino comunista. La storia dello scrittore Sami Michael, classe 1926, domani in Palazzo Vecchio per ricevere il premio Adei Wizo assegnato al miglior romanzo di argomento ebraico (Una tromba nello uadi edito da Giuntina; la cerimonia nel salone dei Cinquecento alle 17) è di per sé un libro d´avventura: la fuga prima in Iran poi, nel 1949, per evitare l´estradizione, in Israele, dove il suo essere ebreo gli fa guadagnare un rifugio sicuro. Qui milita nel Partito Comunista, che abbandona nel 1955: «Il comunismo ha dimostrato di non poter giovare ai cittadini di uno stato. Io ci credevo. Quando mi sono reso conto dei crimini perpetrati dall´Unione Sovietica ho lasciato il partito. Rimangono comunque valori che mi porto dietro e cerco di trasmettere, come l´uguaglianza tra gli uomini, che se non può essere applicata politicamente ed economicamente, dovrebbe comunque essere portata dentro al cuore da ognuno di noi». In Israele impara l´ebraico da autodidatta, qui si laurea pagando gli studi con l´attività di idrologo; nel 1974, a 48 anni, esce Gli uomini sono uguali, ma alcuni lo sono di più primo di 11 romanzi che raccontano le complesse relazioni tra ebrei e musulmani, musulmani e cristiani, nazionalisti e comunisti, iracheni e israeliani, nel segno del richiamo alla tolleranza: «Con i miei libri cerco di trasmettere l´idea che l´altro non è poi così diverso - dice Michael - che la convivenza è sempre possibile se non si ha paura di affrontarla. Io vivo in una democrazia e la mia voce è una voce fra tante, onesta e indipendente, elementi necessari per contribuire alla pace. Ma i veri eroi sono quegli scrittori e intellettuali che, soli con il proprio coraggio e la propria missione, vivono in regimi senza libertà di espressione, uomini e donne che a rischio di perdere la vita fanno sentire la propria voce di pace e libertà per risvegliare le coscienze dei propri popoli». Oggi, Sami Michael è uno dei maggiori intellettuali israeliani, insignito di prestigiosi premi, più volte candidato al Nobel.
La sua ribellione alla dittatura irachena inizia a 15 anni: «Le ingiustizie sociali e i crimini del regime - racconta - erano così evidenti che già a quell´età ho capito che per me non era possibile stare con le mani in mano, rimanendo un semplice spettatore. E´ stato un periodo di pericolo ma anche di avventura e presa di coscienza di temi come i diritti dell´uomo, la libertà, la democrazia. La scelta comunista è legata alla mia identità ebraica: da una parte la vedevo come l´unica possibilità concreta di bloccare l´avanzata dell´ideologia nazista, dall´altra ho creduto che il comunismo potesse far convivere in pace tutte le diversità religiose che si confrontavano a Baghdad, ebrei, cristiani e musulmani».
Poi, l´esilio: «Ancora, di notte, sogno mia madre, la nostra casa di Baghdad, la fidanzata che un giorno ho lasciato per non rivederla mai più. Ma sento anche di essere un privilegiato: l´esilio è stato anche un lungo viaggio culturale e spirituale; una ricerca e una rinascita, e una sfida con me stesso che oggi mi fa sentire vivo ogni giorno e padrone di una missione da portare avanti». E dall´esilio ha assistito alla caduta di Saddam: «Sono contro la pena di morte. Saddam era un criminale, non posso dirmi scontento che sia stato deposto. Ma avrei preferito che fosse stato il popolo iracheno a farlo. E avrei preferito l´ergastolo».
Michael è uno scrittore, ma prima di tutto un uomo, che attraversa due culture al centro di un conflitto sanguinoso: «Sogno in arabo ma scrivo in ebraico, amo in arabo ma penso in ebraico; quando vado al mercato, bevo un caffè, abbraccio un amico, guardo un paesaggio, mi sento arabo; ma quando leggo un giornale, penso a mia figlia, quando mi alzo la mattina, o quando cammino per strada, mi sento israeliano. L´energia è israeliana, la pazienza araba, il pragmatismo israeliano, la fantasia araba. Ma è forse possibile stabilirlo? In definitiva, c´è un solo Sami».