È un uomo alto, di bell’aspetto, la faccia sorridente incorniciata da bianchi e folti capelli, corti: i suoi ottanta anni appena compiuti non li dimostra, Saul Ventura. Né l’aspetto né l’espressione del volto tradiscono quel che ha passato: il dolore e la paura, quando fortificano, lasciano tracce di vita, non scie di morte.
Così la famiglia Ventura non sono riusciti a sterminarla, i nazisti e i fascisti. L’hanno colpita duramente, perseguitata e deportata come tante altre famiglie ebree, ma non l’hanno annientata: figli e nipoti la popolano e la rallegrano, oggi, in Israele. E sanno che esistono per la caparbia volontà della vita di non cedere alla morte: lo sanno perché una delle armi che la vita ha a sua disposizione è la memoria.
Quella memoria che Saul Ventura ha voluto fermare sui fogli che poi, quasi per caso, sono arrivati fino al giornalista fiorentino Paolo Ciampi, che sulla famiglia Ventura ha scritto un libro intitolato semplicemente “Una famiglia”, edito dalla Casa Editrice Giuntina, specializzata in saggistica, letteratura e storia ebraica. E quando si parla di storia si parla anche di storie, ovvero di testimonianze.
Saul Ventura viveva in Italia, ha studiato a Venezia, Livorno Milano. Ha vissuto la sua prima adolescenza a Pisa, da dove, per non fare la fine di sua madre Anna morta ad Auschwitz e di suo padre Luigi morto sotto i bombardamenti alleati, è fuggito in Israele insieme ai suoi fratelli: quattro ragazzini riusciti fino allora a cavarsela nell’Italia in guerra. Saul aveva 14 anni. Col tempo, si è quasi scordato la lingua italiana, ma non le sue radici: allora ha ricominciato a studiare l’italiano, e adesso lo parla di nuovo benissimo.
Con la moglie Silvana, Saul segue Paolo Ciampi nelle presentazioni del libro “Una famiglia”, in molte città toscane e d’Italia, per il giorno della memoria: domani sarà a Pisa, proprio la città in cui ha vissuto e rischiato, per un pelo, di essere portato via dai tedeschi.
L’ha scampata per la prontezza della sorella Miriam: “Vedendomi salire su un camion dei tedeschi, avevo solo 13 anni, cominciò a gridare: ma non vedete che è un bambino! La gente intorno le fece eco, ci si mise anche un prete, alla fine i tedeschi mi fecero scendere”…
Aiutato dalla diapositive in powerpoint, Saul mostra le vecchie foto: gli anni Venti, Firenze, Trieste, Livorno. Le città scorrono dietro le spalle dei protagonisti del libro, fino a quando un manifesto, “La difesa della razza”, interrompe la sequenza dei sorrisi. È il 1938, si apre il baratro della persecuzione e della deportazione.
Le storie che racconta e fa vedere Saul sono fotografie ma anche cartoline: quelle che la madre Anna spediva loro dal campo di prigionia di Fossoli. È ancora l’unico momento di commozione: non le legge, le fa leggere a Paolo Ciampi. Poi riprende, e racconta.
Di come ad esempio Giulia, la madre di Anna, non voleva saperne di andarsene da quel cancello, davanti al campo di Fossoli: “Voleva entrare, gridava qui c’è mia figlia, racconta Saul. Alcune guardie più di buon cuore tentavano di scacciarla, le dicevano se non te ne vai qualcuno ti ci chiuderà davvero qui dentro. Ma lei no, restò per tre giorni, fino a quando non la portarono dentro, a vedere la figlia,a riunirsi a lei. Ma chiusa a Fossoli, la nonna Giulia ebbe la fortuna di morire,e Auschwitz le fu risparmiato. Ad Anna, mia madre, no. L’ultima sua cartolina, buttata dalla fessura di una specie di vagone bestiame che attraversava il Trentino, arrivò fino a Pisa per una pietosa mano sconosciuta che la raccolse, e raccolse l’invito scritto sopra: prego imbucare”. C’erano scritte parole d’incoraggiamento. Da lei che stava andando a morire ad Auschwitz.
Il valore della scrittura è conforto e memoria, dunque, ma molto prima che la famiglia Ventura fosse nel libro di Paolo Ciampi, fu ancora Saul a prendere la penna: “Ho cominciato a scrivere due volte – racconta Saul – la prima a 14 anni, a Pisa, dopo l’alluvione. Avevo il tifo, ero in ospedale, mio zio venne da Roma e mi regalò un quaderno. Io cominciai a riempirlo. Tre giorni di fila a scrivere, per non dimenticare, e poi l’ho buttato via, quel quaderno. Ma mia sorella Miriam l’ha raccolto e conservato, e tanti anni dopo sua figlia l’ha ritrovato, me l’ha restituito. Così – continua Saul – nel 2002 ho ripreso a scrivere per la seconda volta, ho scritto i ricordi di famiglia. Memore del mio quaderno pisano, ho pensato che non bastasse raccontarle a tavola, le storie, ma andavano conservate, come ha fatto mia sorella col mio quaderno. Così ho scritto e scritto,e dato i quaderni ai figli, che li hanno dati ai nipoti”.
Ma come sono arrivati questi scritti,e le lettere e le cartoline, fino a Paolo Ciampi?
“Non conoscevo la famiglia Ventura – spiega il giornalista – almeno fino a quando per e-mail, mi sono arrivate lettere che mi hanno molto colpito: quelle che Anna ha fatto arrivare dal campo di Fossoli a Pisa, a suo marito Luigi e ai suoi figli. Lettere di una forza commovente. Ho deciso così di scavare nella storia di questa famiglia, e ho trovato i discendenti di Anna, che avevano custodito tutte le lettere e le fotografie. Poi, dopo due anni e mezzo di domande e di risposte, tutta la famiglia ha preso posto nelle pagine,e sono riuscito a ricostruire questa vicenda dolorosa che attraversa tutta
Questo è libro: segno preciso di speranza e resistenza, Ciampi è convinto che
Però Saul non l’ho ancora letto: “Mi commuove troppo, l’idea che la storia della mia famiglia sia ora un libro. Ma lo leggerò, appena torno in Israele”.