E’ un libro che ti entra nel cuore, scorre nelle tue vene, ti commuove, diventa parte di te. Ha il potere di cambiare la visione delle tue giornate. Ha la capacità di farti sentire addosso tutto il dolore della Shoà, ma nel contempo lascia aperta la porta alla speranza, all’amore per la vita che vince sulla morte, all’amore che vince sull’odio.
No, non è un semplice libro di storia. Non è un libro come gli altri.
E’ la voce di milioni di persone morte. E’ l’insieme di tante domande che non troveranno mai una risposta.
La prima, tra tutte: “perché?”.
La storia è quella di Alberto Sed, matricola A-5491, ebreo, sopravvissuto all’olocausto, che a soli 15 anni, nel 1944, è stato catturato e portato prima nel campo di Fossoli (quella che viene definita “anticamera della morte”) e poi, insieme alla madre e alle tre sorelle nel campo di concentramento di Auschwitz.
Dopo più di 10 mesi di prigionia, Alberto Sed è stato liberato a Dora dagli americani. E’ tornato a Roma, il 7 settembre 1945 dove ha ritrovato Fatina, l’unica sorella sopravvissuta ad Auschwitz. La madre e la piccola Emma, infatti, sono state uccise il giorno stesso dell'arrivo. Dopo qualche mese è morta anche Angelica, sbranata dai cani aizzati dagli ufficiali nazisti.
Alberto Sed- che oggi ha ottant'anni, tre figlie, sette nipoti e tre pronipoti- è sopravvissuto alla fame, alle torture, alle marce della morte.
L’autore Roberto Riccardi, direttore della rivista “Il Carabiniere”, (voce fuoricampo di questo racconto) è tornato ad Auschwitz per Albero Sed.
Ha avuto il dono e la capacità di far rivivere quei ricordi, di farci sentire quelle voci, le voci al Portico di Ottavia che hanno salvato la famiglia Sed dalla cattura dei tedeschi, le voci dei nazisti cariche di odio quando hanno bussato alla porta della casa di Porta Pia dove si era rifugiata la famiglia Sed, questa volta senza potersi salvare. La voce dei bambini che piangevano ad Auschwitz, ignari del loro destino, prima di essere fucilati. Sulla loro esile vita una scommessa, un ghigno, una atrocità. Come si può dimenticare tanto orrore?
Riccardi, con le sue parole, ci ha fatto sentire quel freddo delle lunghe marce della morte, quella paura, abbiamo visto anche noi, a tratti. “l’angelo della morte”, abbiamo sentito sulla nostra pelle la tristezza e la nostalgia per la famiglia. Quella che prova un ragazzino derubato del suo futuro. Abbiamo visto quello sguardo e quel sorriso di due fratelli, separati da una rete, abbiamo sentito quel batticuore, lo abbiamo vissuto anche noi, con loro quell’attimo “rubato alla crudeltà delle regole”.
Sì. E’ ancora tutto addosso il terrore della selezione, l’odore acre “dei forni salire fino al cielo”.
Il passato, come dice Alberto Sed ”è sull’altra riva del fiume che ci scorre accanto. Basta un piccolo ponte per attraversarlo”.
Roberto Riccardi è riuscito ad essere quel ponte per noi, ignari di tante crudeltà, incapaci di percepire tanta sofferenza, noi che abbiamo vissuto “sicuri nelle nostre case, che abbiamo trovato sempre, tornando nella nostra casa cibo caldo e visi amici” per dirla alla Primo Levi, mentre in un'altra parte del cielo “si lottava per mezzo pane….si moriva per un sì o per un no….”.
E’ importante che la storia di Alberto Sed sia tornata a vivere in queste pagine.
E’ importante che sia entrata nella nostra vita, perché per tenere lontano l’orrore… ”va sentito vicino”. Per non dimenticare. Mai.
Alberto Sed è un uomo grande. Ci insegna che il male non ha vinto.
E’ vero, Alberto.”Le pagine più belle non sono fatte di carta. Le scrive il cuore”. In tutte le pagine di “Sono stato un numero” c’è tutto il Tuo cuore e di tutte quelle persone che ti hanno aiutato. C’è tutto l’amore per la vita. Grazie Alberto.