Alberto Sed non ha mai regalato oggetti d’oro alla moglie. Non è mai stato in grado di prendere in braccio le figlie quando erano bambine, né i nipoti o i pronipoti. Alberto Sed è un uomo affabile e cordiale, che però non ha potuto dimenticare di essere un sopravvissuto. Sopravvissuto ad Auschwitz.
Aveva 15 anni ed era già orfano di padre quando fu deportato verso il campo di sterminio con la madre e le tre sorelline, Angelica, Fatina ed Emma. Erano stati presi a Roma il 21 marzo 1944, furono caricati sul treno piombato che dal campo di raccolta di Fossoli portava ad Auschwitz il 16 maggio. Tutti ignoravano cosa li attendesse, pensavano di aver già provato il peggio, dopo le leggi razziali. Soltanto una cosa Alberto aveva già capito, quando si trovò sbarrate le porte delle scuole e delle squadre di calcio: «Non ero più un bambino, ero diventato un ebreo».
La storia di Alberto Sed, raccontata in prima persona, è pubblicata in un libro edito da Giuntina, Sono stato un numero. L’ha raccolta e scritta il tenente colonnello dei carabinieri Roberto Riccardi, direttore della rivista Il Carabiniere: «È importante raccontare queste storie», sottolinea, «perché i rischi che si ripetano esistono sempre. Sono stato in Bosnia alla fine degli anni 90 e cose simili erano successe in tempi recenti, le generazioni di oggi le hanno vissute sulla propria pelle in luoghi non lontani dall’Italia». Pur essendo un libro bello in un modo straziante, Sono stato un numero è qualcosa in più. È un libro necessario.
Come sia stata la vita di Alberto Sed dopo il ritorno da Auschwitz, lo riassume una foto scattata il 12 aprile 2003, per le nozze d’oro con la moglie Renata, la colonna della sua vita. Ci sono tutti, con Alberto e Renata: le tre figlie con i mariti, i sette nipoti e un pronipote. Rispetto a oggi, mancano solo due pronipoti nati dopo quella data. Dunque, il signor Sed ha avuto una vita vera, una famiglia vera, un lavoro di commerciante in metalli che gli ha permesso di crescerla. È andato al cinema e allo stadio, ha viaggiato; è un anziano signore che chiacchiera volentieri, benché soffra di parziale sordità per via di un orecchio fracassatogli da una sentinella nazista. Eppure avverte: «Vede, noi deportati abbiamo una malattia. Adesso stiamo bene, però magari vediamo qualcuno o sentiamo due parole che ci riportano "là". Per tutto il giorno si sta con quel pensiero, poi il giorno appresso si va a lavorare, si ha da fare e si dimentica».
Ci sono ferite che sanguinano continuamente, e che si esprimono magari in gesti mancati. Come il fatto di non poter entrare in un’oreficeria. Tra i compagni di prigionia ad Auschwitz, ce n’era uno troppo debole per poter sopravvivere. Si fece assegnare ai convogli: si trattava di accogliere i deportati che arrivavano ad Auschwitz e di farsi consegnare tutti i loro oggetti preziosi, con l’ordine di darli ai nazisti. Ogni due o tre giorni, il prigioniero magro magro ne teneva qualcuno per sé, per corrompere le sentinelle e averne in cambio un po’ di pane o qualche giorno di riposo. Ogni volta rischiava la forca, ma in quel modo riuscì a sopravvivere. Però il giovanissimo Alberto fu così impressionato dal fatto che un uomo rischiasse la vita per poco oro, che per lui è diventato per sempre intoccabile.
L’altro suo tabù è ancora più atroce. A volte, non di rado, le SS costringevano con le armi i prigionieri ebrei a lanciare in aria i bambini più piccoli appena arrivati con i convogli, prendevano la mira e li impallinavano in volo. Dice nel libro il signor Sed: «Amo immensamente i bambini, ma non sono più riuscito a prenderne uno in braccio. Se solo accenno al gesto, mi assale la paura che qualcuno mi gridi di lanciarlo».
Solo Alberto e la sorella Fatina tornarono a Roma, e allora Alberto conobbe la sorte della mamma e di Emma, e quella di Angelica. Ad Auschwitz rimaneva in vita solo chi poteva lavorare, mentre la signora Sed era di salute malferma ed Emma, di appena otto anni, troppo piccola. Furono avviate alla camera a gas appena scese dal convoglio.
Angelica ce l’aveva quasi fatta ma una domenica, il giorno più pericoloso perché le SS si annoiavano, le sguinzagliarono addosso i cani così, per distrarsi. Fatina la vide morire sbranata.
Per cinquant’anni il signor Sed non ha parlato, neppure con la moglie, di quando era un numero, A-5491. Poi qualcosa si è sciolto, adesso viene spesso invitato nelle scuole. I ragazzi stanno attenti: «Mi dà tanta soddisfazione», spiega. «Mi chiedono che effetto mi fa vedere un tedesco. Me l’hanno chiesto anche quando sono andato alla scuola tedesca, qui a Roma: "Signor Sed, quando ha smesso di odiarci?". "Da subito", ho risposto. "È l’individuo che conta. Ragazzi, io posso dirvi che ho odiato i vostri nonni, noi abbiamo odiato quei nazisti, e non la Germania intera". Gli applausi che ho ricevuto, da quei ragazzi tedeschi!». Perché aver vissuto all’inferno non ha mai cancellato l’umanità di Alberto Sed. Essere sopravvissuti, in casi come il suo, significa semplicemente dimostrarsi più profondamente umani.