Se il male avesse una casa potremmo sbarrarne le porte per non lasciarlo uscire. Se potessimo tenere il dolore rinchiuso in un cassetto, la sua chiave non lascerebbe mai le nostre mani. Ma il male e il dolore non hanno confini. Pensare di poterli circoscrivere è come progettare un recinto per l'oceano.
«Sono stato un numero, Alberto Sed racconta» è una storia che si è scritta da sola. Dai ricordi di un uomo si è trasferita in un computer e ora rivive in un fascio di pagine. È una storia viva, tragica come l'Olocausto, bella come il cuore dei suoi personaggi. È un libro che nasce dalla vita di Alberto Sed, che nel 1944 ad Auschwitz, diventò a 15 anni soltanto un numero: A-5491. A distanza di oltre 60 anni, le intense pagine di Roberto Riccardi, ufficiale dei carabinieri e giornalista, rendono tutto di lui: passato, affetti, coscienza e dignità. E qualcosa, anche, dei milioni di persone le cui storie non leggeremo mai.
«Sono stato un numero» è un viaggio nella memoria, e la memoria è passato, presente e futuro, solidarietà e condivisione, è ricordare compagni straordinari e tenaci che entrarono nella morte a occhi aperti e consapevoli, raccogliere le testimonianze di esseri umani che il secolo dei lager ha portato via con sé ma non ha cancellato. I sopravvissuti ricordano, i morti vivono e parlano a un mondo incapace di andare al di là delle emozioni brevi, dicendogli che la consapevolezza di un Olocausto può, forse, evitarne un altro.
Alberto Sed era un ragazzo e la morte non ce l'ha fatta a portarlo via. Sopravvivere ad Auschwitz è stato un regalo del destino. Ad Auschwitz si viveva controvento. Di giorno il campo pareva un villaggio di schiavi, di notte un cimitero sotto la luna: tante persone con un solo, immobile silenzio. Se esiste l'inferno, era quello. Esseri umani ne eliminavano altri come fossero cose. La quotidianità era fatta di orrore e paura: fame, angoscia, morte a ogni passo, volti spenti, bui, senz'anima. La sfida quotidiana era arrivare alla sera, sollevati per avere guadagnato un altro scampolo di vita. Il pane valeva tanto, un volto amico non aveva prezzo. Nessuno sorrideva. Le SS uccidevano la pietà, gli uomini, i bambini e la propria coscienza. Morire era un attimo, un capriccio, un gesto. Sopravvivere una distrazione della morte. «Mai dimenticherò - ha scritto Elie Wiesel - i piccoli volti dei bambini di cui ho visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto». E questo libro è un piccolo-grande contributo a non dimenticare.