A sedici anni Leo sapeva cosa avrebbe fatto da grande: “Avevo deciso di trascorrere la mia vita leggendo Platone e allevando conigli, mentre mi sarei guadagnato da vivere facendo il postino”. Ma di lì a poco venne la guerra, e il giovane fu spedito sul fronte belga. Fu così che Leo Strauss non divenne mai un filosofo di campagna, perché, dopo la smobilitazione, si tuffò nella vita intellettuale di Berlino. Lui, rampollo della piccola borghesia di provincia, venne risucchiato dal vortice della capitale, in quegli anni frenetico crocevia tra est e ovest.
Per un provinciale che arrivava, un berlinese di nascita si preparava ad andarsene. Nel 1923 Gershom Scholem aveva già fatto le valigie per la Palestina, dopo aver voltato le spalle alla propria famiglia e ai sogni d’inserimento nella società tedesca. Il gran rifiuto di Scholem si rivelò ben presto una scelta preveggente, tanto è vero che, poco prima che i nazisti prendessero il potere, anche Strass si decise ad abbandonare la Germania.
La lunga corrispondenza tra questi grandi del Novecento ebraico cominciò proprio negli anni Trenta e si protrasse fino al 1973, anno della morte di Strauss. Ma anche quando più violenta infuriava la persecuzione ebraica i due non si scrissero mai di politica. Nelle loro lettere, il nome di Hitler non ricorre nemmeno una volta, come se la storia, coi suoi eventi minacciosi non fosse, per entrambi, che lo sfondo inevitabile di una più necessaria ricerca interiore.
Nelle prime lettere, Strauss, che stenta a sbarcare il lunario tra Parigi e Londra, chiede aiuto all’amico, già avviato a una solida carriera accademica a Gerusalemme. Si parla di una possibile cattedra di filosofia all’università ebraica, ma poi il progetto sfuma e Strauss prende la strada degli Stati Uniti. Sarà la sua fortuna, poiché, approdato all’università di Chicago, diventerà un insegnante di successo e un influente storico del pensiero europeo.