Si formarono entrambi nella Germania che visse la brusca fine della Belle époque, la catastrofe della Grande Guerra e l' estenuante crisi di Weimar, e che a rapidi passi si stava incamminando verso il totalitarismo nazionalsocialista. In quell' atmosfera turbolenta, Gershom Scholem e Leo Strauss condivisero il destino dell' intellighenzia ebraica di lingua tedesca, la cui travagliata identità è simboleggiata dai nomi di tre città: Berlino, Atene, Gerusalemme. Ovvero: germanità, filosofia, ebraismo. Si conobbero frequentando la Scuola Ebraica di Francoforte e poi l' Accademia per la Scienza dell' ebraismo di Berlino. Pensatori originali ed eterodossi, imboccarono strade divergenti e svilupparono due diverse interpretazioni della loro identità. Il fitto scambio epistolare che intrattennero nel corso degli anni, curato da Carlo Altini con un illuminante studio introduttivo, ci cala in una vicenda, quella dell' ebraismo, che ha segnato in modo inconfondibile la storia del Novecento (Lettere dall' esilio. Carteggio 1933-1973, Giuntina, pp. 252, euro 14). Scholem, che era di famiglia ebrea berlinese assimilata, aveva iniziato a studiare matematica e filosofia a Jena con Frege, per passare poi a Berna e a Monaco, dove si appassionò per le lingue orientali e per la tradizione della Kabbala, su cui scrisse la tesi di dottorato. Amico intimo di Walter Benjamin, di cui ammirava «l' ingegno metafisico», deluso dalle mancate promesse dell' assimilazione ebraica e convinto che essa fosse destinata al fallimento, già nel 1923 preferì tagliar corto con l' identità germanica ed emigrò in Palestina. Qui si distinse come storico delle religioni e studioso della mistica ebraica, ottenendo nel 1933 una cattedra per insegnarla all' università di Gerusalemme. Senza mai aderire all' ortodossia, si riconobbe a suo modo nella tradizione ebraica e nei suoi insegnamenti dottrinali, diventandone il massimo esperto. Leo Stauss proveniva invece da una famiglia ebrea ordodossa, originaria dell' Assia rurale, e si era laureato con Cassirer ad Amburgo con una tesi sul problema della conoscenza Jacobi, vale a dire: sull' antinomia tra fede e ragione, tra filosofia e rivelazione. Un motivo, questo, che attraverserà tutta la sua opera. A inquietarlo erano l' ateismo e il nichilismo a cui era approdata la modernità, e l' incapacità della pur straordinaria cultura weimariana di reagire alla crisi con un contro-movimento. Con le sue descrizioni essa contribuiva invece a diffonderla e intensificarla. Era ancora possibile impegnare l' uomo e l' universo in un' avventura speculativa quando i nomi che risuonavano erano quelli di Weber, Spengler e Heidegger? La stessa identità ebraica, che a lungo si era illusa di fare tutt' uno con l' illuminismo liberale, non veniva trascinata nel vortice della stessa decadenza? Dallo studio della tradizione filosofica ebraica, accanendosi su Maimonide, su Spinoza, sulla critica della rivelazione in nome della ragione, Strauss ricavava più dubbi che certezze, più ateismo che convinzioni religiose. Conseguita una borsa di studio con l' aiuto niente meno che di Carl Schmitt, spostò allora il fulcro dei propri interessi sulla politica e sulle sue elaborazioni teoriche. La sua geniale intuizione fu di distinguere «scienza politica» e «filosofia politica». La scienza politica moderna, quella di Hobbes e dell' ancor più radicale Machiavelli, disseca neutralmente e positivisticamente il corpo sociale in modo analogo a come la fisica seziona i corpi fisici. La filosofica politica, invece, quella di Platone e Aristotele, si pone il problema di dare alla comunità politica una forma riuscita. Che cosa potevano spartire due intelligenze votate a interessi così divergenti? A unire Scholem e Strauss fu la comune passione per la ricerca dell' identità ebraica, diventata difficile dopo la crisi dell' assimilazionismo e il suo sfaldarsi contro il crescente antisemitismo in Germania. Fu l' erranza ebraica che li spinse a condividere esperienze e inquietudini tipiche della loro condizione, senza ignorare però le rispettive differenze, prima fra tutte la diversa interpretazione che proponevano della loro tradizione. Entrambi convenivano nella diagnosi: il delicato equilibrio tra germanità, filosofia ed ebraismo, che ancora resisteva nell' opera di maestri della tradizione giudaico-tedesca come Hermann Cohen, Franz Rosenzweig e Martin Buber, era in procinto di spezzarsi. Entrambi erano troppo radicali per accontentarsi del programma moderato dell' Accademia ebraica berlinese, diretta allora da Julius Guttmann: la Filosofia dell' ebraismo di quest' ultimo fu letteralmente sviscerata e, nonostante gli innegabili meriti storiografici della sua ricostruzione della tradizione filosofica ebraica, fu criticata per il suo tentativo di conciliare, con sbiadite categorie dialettiche, ebraismo e ragione filosofica. Scholem era convinto che l' anima ebraica stesse nella rivelazione, nella dimensione simbolica, nelle forze mistiche e messianiche che mantengono la storia in una tensione costante e impediscono di ridurla a un progetto secolare o politico, incluso lo stesso programma sionistico della fondazione dello Stato di Israele. è questo il punto di forza e al tempo stesso la debolezza dell' idea messianica: essa è consolazione e speranza, ma ogni tentativo di realizzarla, ogni sua concreta manifestazione storica sembra ridurla ad absurdum. Vivere nella speranza e nell' immaginazione ha qualcosa di grandioso, ma anche qualcosa di profondamente irreale, come Scholem scrive nei suoi fondamentali studi su L' idea messianica nell' ebraismo, ora tradotti in un' impeccabile edizione da Roberto Donatoni e Elisabetta Zevi (Adelphi, pagg. 388, euro 34). Strauss valorizza invece l' elemento filosofico a rischio di disgregare quello religioso. Sostiene la ragione a scapito della fede, la vita contemplativa contro quella pratico-politica. L' alternativa tra Atene e Gerusalemme si profila per lui come un contrasto inconciliabile: quello tra una vita che trova il principio per determinarsi unicamente in se stessa, nella propria razionalità e nell' assoluta indipendenza da ogni autorità, e una vita sottomessa invece all' obbedienza, alla fede, ai dettami della rivelazione. Delle due l' una: o vale la legge rabbinica con la rigorosa osservanza che pretende dal credente, oppure la scepsi filosofica elevata a regola di vita. Ogni mediazione tra i due estremi non è sufficientemente radicale e, presto o tardi, la storia si incaricherà di spezzarla. Ma per l' ultimo Strauss, ragionatore tagliente e disincantato che incalza su questo punto l' amico, c' è una tensione che precede quella tra filosofia e rivelazione: è il conflitto tra filosofia e politica, saggezza e tirannide. Egli ipotizza allora l' esistenza di una «seconda, più profonda caverna platonica», in cui l' uomo sarebbe prigioniero e da cui solo una élite filosofica potrebbe liberarlo. Una élite che, nei tempi bui della storia, non può fare altro che dissimulare i propri pensieri mediante una «scrittura della reticenza», bussando con la sua saggezza sempre alla stessa porta chiusa: quella degli arcana imperii. Invano essa ha cercato di scardinarli, come la storia dei totalitarismi del Novecento ha drammaticamente insegnato. E ogni soluzione che ha proposto, non è stata che la maschera sotto cui si è presentato un nuovo problema.