Un villaggio vicino al confine. Si sa, qualunque villaggio vicino a qualunque confine è a rischio, ovunque. Ma se il villaggio è in Israele, dove è sempre in corso una guerra senza fine, gli allerta, i coprifuoco, le corse nei rifugi sono all’ordine del giorno. E stravolgono la vita. Perché anche solo fare l’abitudine al pericolo di morire è contro la norma dell’esistenza.
“La pazienza della pietra”, primo romanzo dell’israeliana Sara Shilo, è la storia di una famiglia in un paese di confine, raccontata da quattro voci, anzi, da cinque, perché una è sdoppiata- quella dei due fratellini che non hanno neppure un anno di differenza d’età. La prima che ascoltiamo è la voce di Simona, voce ansante, di corsa- ci dice che è uscita di casa lasciando la cena pronta per i sei figli. Lei spera di essere colpita da un katiuscia, vorrebbe solo morire. Perché suo marito Massud è morto sette anni fa.
Come sempre avviene quando in un romanzo ci sono parecchie voci narranti, ce n’è una che anticipa delle informazioni, che ci fornisce una chiave di lettura, e poi le voci che seguono aggiungono, rettificano, sottolineano, a volte ci danno un punto di vista completamente diverso. La morte di Massud è il dramma che ha colpito la famiglia Dadun e da Simona veniamo a sapere del loro amore, del momento terribile dopo la nascita di Itzik, il bambino nato con gravi malformazioni alle mani e ai piedi, e dell’altro bambino venuto al mondo per aiutare il fratello.
E della morte improvvisa di Massud, che ha lasciato a lei, Simona, un ultimo regalo: era incinta di due gemelli. Le voci dei vivaci Dudi e Itzik sono una tregua nella storia di dolore famigliare: giocano ad una versione tutta israeliana della guerra- Itzik cerca di educare un piccolo falco ad attaccare i terroristi. Quando iniziamo a leggere la parte di Kobi, il primogenito, avvertiamo subito un cambiamento: questo è un ragazzo che è dovuto crescere in fretta e tutto d’un colpo, dopo la morte del padre. E’ diventato il capofamiglia, quello che guadagna per sfamare tutti quanti. E’ entrato in fabbrica, si è fatto strada, ha accettato compromessi, cioè delle tangenti: per ogni operaio arabo a cui riesce a procurare un lavoro, una parte della paga è la sua.
Sogna una casa lontano dal villaggio e dai katiuscia, risparmia soldo su soldo per questo. Nella casa nuova porterà la madre e i gemelli. Perché ai gemelli Kobi fa da padre, e questo è il vero centro dolente del romanzo, un punto a cui la madre ha già accennato e che esplode- letteralmente esplode, insieme ad un razzo- nell’ultima parte del libro, dove è Etti a parlare. Kobi ha aiutato la madre ad accudire ai gemelli, pannolini, ruttino, bagnetto, notti in bianco. E’ sembrato naturale lasciare che i bambini lo chiamassero ‘papà’, e allora, perché la finzione fosse più vera, Kobi è andato a dormire nel letto della mamma.
Non c’è mai nessuna insinuazione nel racconto della Shilo, solo un disagio, o un malessere (è anche da quello che fugge Simona?), che Etti, con una sensibilità tutta femminile, avverte come innaturale. Tanto che è decisa a dire la verità ai fratellini- e il suo racconto è una deliziosa fiaba dal sapore femminista all’interno del romanzo.
Un libro bello, insolito, tormentato, toccante, in cui le voci diverse sono del tutto individuali, comprese quelle dei gemellini che interloquiscono con Etti. Ammiriamo l’ottima traduzione che certamente ha dovuto affrontare la difficoltà dei molteplici linguaggi, operando le scelte che si impongono in questi casi.