La storia di Giulia Spizzichino, ebrea romana segnata dalle deportazioni e dalla strage delle Fosse Ardeatine, terribili eventi che le sottrassero ben ventisei familiari. Ma la storia di Giulia Spizzichino non finisce qui: negli anni novanta la donna è partita per l’Argentina. Scopo del viaggio (nel tempo, oltre che nello spazio): perorare la causa per ottenere l’estradizione del criminale nazista Erich Priebke. Scopo che viene raggiunto nel maggio del 1994. Da dove deriva il titolo del libro, "La farfalla impazzita"?  Dal soprannome dato a Giulia da un suo caro amico, Stefano Persiano. Secondo quest'ultimo, la donna, in seguito alla tragedia che ha vissuto, ha volato e volato, senza sapere più dove posarsi.

Il 27 gennaio del 1945 furono abbattuti i cancelli di Auschwitz da parte dell'Armata Rossa. Dal 2000, quella data viene ricordata ogni anno in quello che stato definito il Giorno della Memoria. Una ricorrenza nata per commemorare, appunto, la Shoah e tutto quello che di disumano ha comportato. Sono infatti oltre sei milioni gli ebrei uccisi a causa del progetto di sterminio nazifascista.

Per commemorare quanto accaduto, abbiamo pensato di raccogliere e segnalare una rosa di libri riguardanti l'olocausto. Si tratta di testi particolari, perché scritti dagli stessi sopravvissuti, ma anche di romanzi storici che tentano di fare luce su alcuni episodi di quegli anni. Tra le varie testimonianze confluite in libri, c'è quella dell'ebrea romana Giulia Spizzichino. Questa donna, che adesso ha 86 anni ed è nonna di due nipoti, da ragazzina ha perso 26 persone della sua famiglia: alcune sono state trucidate alle Fosse Ardeatine, altre ad Auschwitz. È con lei, con Giulia Spizzichino, che abbiamo deciso di ricordare l'orrore di quegli anni.

A lei non serve il 27 gennaio per ricordare. Ecco, ma come si fa a convivere da una vita con ricordi così dolorosi?
«Si convive e basta, non si può fare altrimenti. A volte vorrei che questi ricordi fossero come un vestito di quelli che si mettono nell'armadio e si tirano fuori solo quando è necessario. E invece no, questi ricordi sono sempre con me, vengono da me e restano attaccati, come un vestito che sono costretta a portare ogni giorno e che non posso mai togliere. Però, le dico anche un'altra cosa: anche se ricordare è doloroso, io non vorrei mai arrivare a dimenticare. In parte potrei farlo, perché sono un'insegnante di yoga e conosco le tecniche che mi aiuterebbero ad allontanare certi pensieri negativi. Ma non voglio usarle».

Come mai?
«Non me la sentirei di farlo. I ricordi sono come persone che vengono a bussare alla tua porta e allontanarli, per me, sarebbe come sbattere la porta in faccia a qualcuno che è venuto a trovarti a casa. Quello che, invece, ho imparato a fare, grazie allo yoga, è stato dominare il dolore. Cosa ben diversa dall'isolare certi pensieri».

Qual è il suo ricordo più sconcertante legato a quegli anni?
«Quello legato al giorno in cui, per via dell'introduzione delle leggi razziali, dovetti lasciare la scuola. Allora avevo 11 anni e non capii nulla. Ricordo solo che il preside volle parlare con mia madre e che io rimasi sorpresa, perché ritenevo di non aver "combinato" nulla. Quando dovetti lasciare la scuola, entrai in classe per riprendere i miei libri da sotto il banco e questo avvenne mentre l'insegnante continuava a spiegare. Me ne andai così, in silenzio e alla chetichella. Senza salutare e senza essere salutata. Sa, però, qual è un'altra cosa che ho trovato sconcertante? Da quel che ricordo, non c'è stata una sola persona che chiamò mia madre per dire: "Signora, mi dispiace per quello che è successo a sua figlia". Ci fu una grande indifferenza».

A livello personale, che cosa le ha portato via la Shoah oltre ai suoi 26 parenti, morti tra le Fosse Ardeatine e Auschwitz? Cosa le ha tolto da un punto di vista psicologico, emotivo?
«Il mondo, il sorriso. E poi l'infanzia e tutti i sogni dell'adolescenza. Poi, non so se sia imputabile a quello che ho vissuto, ma io nella vita non sono mai riuscita a lasciarmi andare. È come se non fossi mai riuscita ad amare nella stessa misura in cui sono stata amata. Ed è una cosa molto brutta, purtroppo».

Si ricorda qual è stata la prima esperienza bella dopo la fine della Shoah? La prima esperienza di gioia dopo tutto quel buio…
«Oh, è passato così tanto tempo… Comunque non mi viene in mente un'esperienza di gioia: "gioia" è una parola troppo forte. Potrei dire, semmai, qual è stata una delle prime esperienze più spensierate. Ecco, in questo senso mi tornano alla mente le prime vacanze al mare con la mia famiglia. Ricordo le nuotate, ma anche, più o meno in quel periodo, le festicciole e i balli».

Lei che è sopravvissuta a una parentesi della storia tanto disumana, che rapporto ha sviluppato con i piccoli problemi quotidiani? Le saranno sembrati sempre insignificanti, immagino...
«Sì, in effetti sono una persona che non si lamenta mai. Tranne che sui principi morali: su quelli mi impunto molto e se una persona di cui mi fido mi delude, per me è una grande ferita»

In particolare, a chi suggerirebbe di leggere la sua autobiografia, così come è raccontata nel libro "La farfalla impazzita" insieme al contributo di Roberto Riccardi?
«Ai giovani, perché sono loro che devono sapere e che, purtroppo, spesso non sanno. Come faccio a dire una cosa simile? Perché, quando mi chiamano per andare nelle scuole a raccontare la mia storia ai ragazzi, noto che all'inizio mi guardano tutti con aria quasi seccata, come se pensassero di dover sentire qualcosa di noioso. Poi, però, quando comincio a raccontare quello che mi è successo, mi accorgo che questi ragazzi cambiano espressione e mi guardano con gli occhi sgranati. Se mi guardano così, è perché li stupisco. E se li stupisco, vuol dire che certe cose non le hanno mai sentite».

Secondo lei perché molti giovani non sono informati come dovrebbero sulla Shoah?
«Forse perché sono gli stessi genitori che non si mettono lì a raccontare quello che è accaduto. Magari perché pensano che sia qualcosa che riguarda un passato ormai lontano...».

I commenti o le osservazioni sulla Shoah che più l'hanno fatta indignare nel corso degli anni…
«Io non ho mai sopportato le persone che mi hanno detto: "Dai, non pensarci più, volta pagina!". Ma anche quelli che hanno minimizzato tutto dicendo: "Ma, in fin dei conti, non è stata mica la prima volta che un popolo è stato perseguitato!". Ma che discorsi sono?»

Tra i vari film dedicati alla Shoah, quali sono quelli che per lei sono stati i più significativi?
«Il bambino con il pigiama a righe di Mark Herman (2008, ndr), tratto dall'omonimo libro di John Boyne e La scelta di Sophie (1982) di Alan J.Pakula, tratto dall'omonimo libro di William Styron (1979)».

Vuole aggiungere qualcosa?
«Sì. Che dopo la fine della guerra e in tutta la mia vita, non sono mai riuscita ad andare a visitare Auschwitz. Non ce l'ho fatta, non me la sono sentita e questo per me (confessa con le lacrime agli occhi, ndr) è un gran rammarico»

Posso chiederle se lei ha fede?
«Eh… Questa è una domanda difficile».