Breve ma intenso romanzo-confessione, questo “Il mio amato” di Yehoushua Bar-Yosef, apprezzato scrittore israeliano morto nel 1992, che ci racconta, con lucida introspezione psicologica, il turbamento omoerotico del quasi cinquantenne Asherke, agiato scriba del quartiere ultraortodosso di Meah Shearim a Gerusalemme. Più della metà del romanzo si concentra sulla vita quotidiana del protagonista, che svolge la sua attività di copista di pergamene con i versetti della Torah per i filatteri e per gli astucci affissi agli stipiti delle porte. Egli stesso ci narra, in un monologo ricco di descrizioni e dettagli psicologici, di questa sua vita conformistica, osservante dei precetti di buon ebreo, ma intimamente dissociata, per la mai rivelata - sebbene intuita dalla devota e sospettosa moglie - perdita della fede.
Così Asherke si dilunga nel racconto del suo mestiere, del benessere economico che gli procura, dell’amato gioco degli scacchi, del suo ambiguo rapporto con il pio suocero e con i figli, ormai grandi ed emancipati. Soprattutto si sofferma sui libri “proibiti” che egli raccoglie in una stanza riservata, libri di scienza, filosofia e letteratura che lo hanno allontanato dall’ortodossia, che lo hanno reso sempre più “eretico”. Ne viene fuori il quadro distonico di un’esistenza scissa tra osservanza esteriore delle tradizioni religiose e interiore dissenso, che l’inquieto Asherke riesce però a compensare con un costante compromesso, e ciò gli basta per la sua quiete domestica e per il mantenimento del rispetto sociale. Ma questo fragile equilibrio si spezza quando il protagonista scopre l’attrazione per il cognato quindicenne Channa, affidatogli dal suocero per introdurlo all’arte calligrafica. Asherke avverte in se stesso un terremoto di sensazioni contrapposte, tra vergogna e imprevedibile gioia, che lo strappano dall’anestesia della sua vita di facciata e lo gettano nella vita vera, fuori dal sacrario dei suoi libri, per passeggiare di notte sulle strade di una Gerusalemme deserta ma gravida di immaginari incontri. Il suo amore per Channa non consumato, non confessato, diventa quindi il sigillo di un desiderio che si appaga nella contemplazione, che eleva il guardare a supremo piacere mentale e sentimentale. Asherke, come non aveva scelto di fuggire dal quadrato asfittico del suo quartiere, così sceglie di rimanere nella solitudine della sua ardente immaginazione amorosa. Pur nel brancolare della sua fede, Asherke si trova a invocare Dio (“Che
cosa sta succedendo qui, Signore dell’universo? Che cosa è tutta questa meraviglia sfrenata?”), e in questa struggente domanda sta tutto il dramma del contrasto tra conformismo religioso e diversità, tra la sterile pietà esteriore e la presenza di Dio nel suo viscerale sorprenderci, nella “meraviglia” della vita che si impone, perché interroga e scompone.
Questo intenso e aureo libretto porta dunque inquietudine e delizia nella lettura, e fa riflettere sulla potente carica “sovversiva” che l’amore umano, eterosessuale o omosessuale che sia, produce nella fede e nel rapporto con Dio. L’ambientazione letteraria nella rigida ortodossia ebraica sottolinea la divaricazione tra religione e vita, tra abitudine e verità. Asherke, pur nel suo sofferto silenzio, finisce con l’essere un modello positivo, perché accetta la sua diversità, la vive come un dono meraviglioso e terribile, ma sempre con stupore e gioia, liberandola così dalla gabbia dei pregiudizi e delle condanne.