Si può rimanere fedeli al Signore, persino quando si ha perso la fede. Le religioni rivelate hanno il vantaggio di regole chiare, che basta seguire per salvare la forma. Si può rimanere fedeli a un ambiente, codificato nel millimetro, dove un’acconciatura o un modo d’incedere significano status, opinioni, altezza morale. Le regole, il mondo, hanno un’essenza scritta in cielo, che un bravo scriba o un bravo calligrafo possono pure riprodurre o imitare, traendone ottimi profitti. La vera battaglia della vita resta comunque tutta un’altra, ed è quella eterna di rimanere fedeli a se stessi. Capirsi, scoprirsi, e scavare, nei codici rigidi della nostra esistenza, gli spazi possibili per la nostra più immane e inconfessabile sincerità. Di questi conflitti ci dà un ritratto, in poche pagine, un libro magnifico come quello di Yehoshua Bar-Yosef, “Il mio amato”, portato in Italia da una casa editrice come la Giuntina, che sempre di più, negli ultimi anni, ci ha regalato autentiche perle della ricchissima letteratura israeliana e che oggi ci dà il piacere di leggere un classico finora da noi sconosciuto. L’analisi limpida, glaciale, della coscienza di un ultraortodosso di Meah Shearim, senza più fede eppure deciso a salvare le apparenze, tentato da un’omosessualità inaccettabile, imprigionato dalle convenzioni, diviene lo spunto di un diario intimo e graffiante su di un problema universale: come si può restare puri quando c’è un mondo, tutto intorno, che mira alla nostra redenzione?