Ci può essere una solitudine più totale di chi si sente un estraneo nella comunità religiosa ristretta a cui appartiene? Ci può essere una solitudine più amara di chi si sente doppiamente diverso, per non condividere la fede di chi gli sta accanto e per avere inclinazioni sessuali che già lo porrebbero ai margini di una società laica, ma che- se fossero conosciute- lo metterebbero addirittura al bando, lo marchierebbero come infame peccatore tra gli ebrei ortodossi di Meah Shearim a Gerusalemme?
E’ questa la condizione di Asher Halper, protagonista e voce narrante de “Il mio amato” dello scrittore e giornalista Yehoshua Bar-Yosef, scomparso nel 1992.
“Per tutta la vita ho scritto per guadagnarmi da vivere. Faccio lo scriba da trentadue anni, cioè dall’età di quindici”, ci dice all’inizio- e, in due frasi, ci rivela la sua età e quello che possiamo interpretare come un primo allontanamento, una prima lieve possibile trasgressione dall’ortodossia. Perché, in una religione che proibisce la raffigurazione formale, uno scriba può dare sfogo, in qualche maniera, pure nel cesello delle lettere, ad una inclinazione artistica. Inoltre questo lavoro diventerà in seguito, per Asher, un veicolo per altri infrangimenti della legge.
Asher Halper si dà molta pena per tracciare per noi un quadro sincero della sua vita- la mediocrità dei genitori, il leggero disgusto che avvertiva nei confronti del corpo della madre, il matrimonio con la figlia di un noto studioso che lo aveva scelto come genero proprio perché apprezzava la sua arte di scriba. Ormai i figli di Asher sono adulti e sposati, lui e la moglie vivono in una casa di Meah Shearim, il quartiere di Gerusalemme dove abitano gli ortodossi con i peot a fianco delle guance. Tutto nella norma, tutto che appare ossequiente alle strette norme religiose.
Eppure Asher si sente come un lebbroso che nasconde la sua malattia. In mille piccoli modi Asher disobbedisce alla legge mosaica: Asher cammina sul filo del rasoio tra osservanza e disobbedienza. E’ riuscito a prendere in affitto un secondo appartamento nelle cui stanze entra lui solo: lì nasconde i suoi libri. Perché può essere molto breve il passo dal ricopiare le parole dei testi sacri al cercare altre parole che aprono nuovi mondi. Asher ha imparato da solo l’inglese e legge romanzi; Asher va a teatro; Asher modifica in maniera impercettibile il proprio abbigliamento…ma va in sinagoga, rispetta le feste, recita le preghiere. A fior di labbra, ma, nel tacito accordo che ha con la moglie, è sufficiente. Finché il suocero chiede ad Asher di dare lezioni di calligrafia al figlio prediletto, il giovane Channa…
Se in sostanza non c’è nulla di nuovo nella scoperta della propria omosessualità, se ci viene in mente il drammatico personaggio di Thomas Mann quando leggiamo dei fremiti di Asher al solo guardare la giovinezza di Channa, tuttavia c’è un mondo intero di differenza tra il personaggio di Bar-Yosef e altri che abbiamo incontrato su altre pagine. Perché più si cade dall’alto e più ci si fa male; più grande è la distanza tra la norma e l’inaccettabile e maggiore è il disagio, il rimescolio interno, l’isolamento, la solitudine; quanto più vasta è la cultura tanto meno si riesce a rinunciare alla ragione. Pur provando dolore e colpa. Perché questo è lo straziante paradosso finale dei pensieri di Asher Halper: Dio ha posto l’uomo nelle prossimità dell’albero della conoscenza, proibendogli di assaggiarne i frutti. Perché mai metterlo così alla prova? E se la grandezza dell’uomo sta nella conoscenza, l’uso della ragione gli impedisce di credere in Dio. Condannandolo: “mi è stato iniettato un veleno attraverso quei libri fallaci e io sono stato infettato, completamente, senza rimedio.”