Muore giovane chi è caro agli dei, dicevano i greci. Ma, si sa, tutto è relativo. Se vostro padre è passato a miglior vita alla rispettabile età di novecentosessantadue anni, dover lasciare il mondo dopo appena trecentosessantacinque primavere vi sembrerà una morte acerba.
Nella gerontocrazia antidiluviana la scomparsa di Enoch dovette far scalpore, e certo senza parole restò suo figlio Matusalemme, destinato anche lui, coi suoi novecentosessantanoveanni, a diventare un primatista di durata. Ma fu appunto perché Enoch si era comportato tanto bene che "Dio lo prese con sé".
Il libro del Genesi dice proprio così, non una parola di più. Troppo poco per appagare i lettori curiosi, ma abbastanza perché il viaggio di Enoch nell'aldilà non passasse inosservato. Fu forse rapito come il profeta Elia su un carro di fuoco? O semplicemente si addormentò per risvegliarsi ancora vivo oltre la soglia del cielo?
Per centinaia di anni, scribi e visionari ebrei si sono affaticati attorno al destino di questo primo trasfuga del mondo. I più antichi materiali della biografia enochica risalgono probabilmente al V-IV secolo a.C.  anche se bisogna aspettare qualche tempo prima che il libro di Enoch emerga in pieno con le sue azzardate descrizioni della macchina del cosmo.
Questo testo estremo racconta tutto quello che non ci è dato sapere dalla Bibbia. Di come, trasportato miracolosamente in cielo, Enoch abbia appreso dell'imminente sconvolgimento, causato dalle malefatte degli angeli ribelli. Dopo aver adocchiato le donne sulla terra, infatti, questi esseri semidivini avevano avuto la cattiva idea di farci dei figli assieme, giganti sanguinari che "cominciarono a divorare le carni degli uomini". Dalla sua dimora paradisiaca, il patriarca viene così rispedito nel mondo per annunciare ai ribelli la loro prossima fine. Quando, spossato, si addormenta presso le rive di un fiume, sogna di venir condotto in un giro panoramico del cielo.
E' questa la parte più affascinante dell'opera, in cui il protagonista va alla scoperta di enormi palazzi costruiti nel ghiaccio, con tetti di "stelle filanti e folgori". Davanti a lui si spalancano le porte di magazzini di venti, e di granai e di tempeste, e quasi sente il rumore che fa il disco del Sole quando ruota mosso dai soffi celesti.
Cristiana Tretti propone un inventario dei motivi simbolici che ricorrono nel Libro di Enoch, e ne segue la fortuna nella successiva letteratura mistica ebraica, sino alla qabbalah medievale. In verità, i rabbi dei primi secoli dell'era volgare non amarono il patriarca prestato all'aldilà, che, per i loro gusti, era troppo dedito agli straniamenti dell'estasi. Decisamente migliore fu invece la sua fortuna nelle cerchie ai margini dell'ortodossia, tra coloro che studiavano i percorsi magico-sapienziali verso i palazzi divini oltre il firmamento. Identificato con l'arconte celeste Metatron, Enoch divenne così uno degli eroi della speculazione mistica tardoantica.
E' a questa carriera esoterica del patriarca che Tretti s'appoggia per ipotizzare una continuità tra la topografia enochica del cosmo e il più tardo schema sefirotico della quabbalah. L'ipotesi è accattivante e sviluppata con passione. Tuttavia non va dimenticato che, rispetto ai tratti quasi sciamanici del viaggio oltremondano di Enoch, i cabbalisti ebbero ben più solide radici filosofiche. L'origine delle sefiròt non è da cercarsi tanto nel Libro di Enoch quanto in un platonismo reso giudaico, e virato in accesi colori biblici.
Quel giovanotto di Enoch non aveva insomma avuto il tempo per farsi una cultura libresca. Ma il suo Baedecker tra stelle e angeli è ancor oggi indispensabile per chi voglia concedersi un simile viaggio.