Appena Daniele seppe che il decreto era stato firmato, se ne andò a casa sua. Le finestre della camera superiore gli si aprivano in direzione di Gerusalemme, e tre volte al giorno egli si poneva in ginocchio, pregava e lodava il suo Dio, com'era solito fare anche prima». L'editto emanato da re Dario e dai suoi satrapi, ministri, governatori, impone a tutto il regno di Persia il ferreo divieto di rivolgere qualsivoglia preghiera a una divinità o a un essere umano che non sia il sovrano stesso. Pena, l'essere gettati in pasto alla temibile fossa dei leoni. L'esule di Giudea viene brutalmente strappato alla finestra e alla nostalgia della sua città che si perde nello sguardo in lontananza.

Di quel che succede in fondo alla fossa con le belve, nulla o quasi è detto nel racconto biblico; ma tutto risalta nello sguardo incredulo del re che, all'indomani, trova l'ebreo incolume e, felice di non aver perduto il prezioso consigliere, offre ai leoni per colazione i cattivi satrapi. Non per nulla, infatti, re Dario quella notte non aveva chiuso occhio né voluto che le concubine fossero condotte a lui, tale era l'angoscia al pensiero del suo confidente dilaniato da quelle fauci.

Ultimo della storia sacra, il libro di Daniele è a suo modo pirotecnico, nell'inusitata abbondanza di effetti speciali, per la Bibbia. Il suo protagonista è un autentico prestigiatore della fede, prodigo di gesti e parole. Lancia profezie puntuali e spettacolari, ha coraggio da vendere, ma non meno fiducia nel futuro e nella forza del convincimento. Prodigi a parte, è forse una delle figure più «umane» che la Bibbia delinea con una vivacità avvincente, vuoi mentre decanta la sua verità al convitto di Baldassarre vuoi mentre, nella solitudine dello sconforto, si rivolge al Signore immaginando di vedere un'irraggiungibile Gerusalemme.

Tanto è corporea la figura di Daniele nelle gesta bibliche, tanto è etereo il Daniele di Martin Buber. In gioventù il filosofo si era cimentato in Cinque Dialoghi Estatici intorno a Daniel. Gespräche von der Verwirkliching, ed è questo il titolo che nel 1913 aveva dato all'opera composita, oggi in traduzione italiana per la cura di Francesca Albertini (edizioni La Giuntina, Firenze, pp. 135, euro 12,00).

Si tratta di riflessioni sul profetismo e sull'estasi attraverso immagini cangianti. Sono dialoghi, ma in realtà lunghi monologhi, in cui il personaggio dal nome biblico appare a volte come un vecchio saggio a volte come un giovane entusiasta dell'esperienza, ma sempre e comunque sospeso in una dimensione niente affatto terrena («lo spazio privo di spazio! E' proprio questo che ci fa salire sempre più in alto e che benedice»), così diversa da quella dell'eroe divenuto emblema della diaspora, diviso fra Babilonia e Gerusalemme.

Non senza, però, qualche scorcio di realtà, come quando Buber racconta di un luogo detto in ebraico «porta di Sion» e perciò carico della stessa nostalgia della finestra di Persia: «Arrivai a La Spezia… la vista del mare era così attraente, che mi successe stoltamente di sfidarla con la mia intenzione. Scesi, andai al porto, presi una piccola barca e remai verso il largo. Era luna nuova, ma sopra di me, dai profondi spazi, mugghiava il coro delle stelle del sud… l'immensità era il letto della mia anima…».